DETECTIVE PER CASO
IL RITORNO DI JOEL
APRILE
(volume 4 di 12)
ISBN BROSSURA: 9791282384087
Autore: Kalel Abellium
Titolo: DETECTIVE PER CASO - IL RITORNO DI JOEL
Sottotitolo: Aprile
Mese di pubblicazione: MAGGIO 2025
Numero di pagine: 180
Prezzo: € 11,00 (Brossura) - € 3,99 (E-book)
Genere: NARRATIVA. Giallo - Mistero
Il libro
Aprile alza l’asticella: nella biblioteca de “La Fabrica”, ad Avigliana, un uomo viene trovato senza vita accanto a un volume aperto su una bilancia—messaggio o minaccia? Giorgio riapre il diario e i segni dettano la rotta.
Tra affari immobiliari, la famiglia Vassallo e una lettera anonima su pergamena, affiora un passato sepolto; un investigatore privato entra in scena e allarga il campo dei sospetti. Tutto parla la lingua dei simboli.
Il diario spalanca assi del tempo: a Punta Carena (2000) il faro spento nasconde una stanza segreta, un globo di cristallo e un codice che illumina mappe, ciondoli e chiavi. A Texas City (1947) la Grandcamp carica un pericolo silenzioso: documenti falsi, nomi fantasma e una corsa contro il calore che sale. A Oslo (2010) un professore giace accanto a un diario che sembra aver scritto la sua fine, con una grafia che riapre un lutto.
Nel presente, l’urna del Beato Cherubino scompare da San Giovanni: passaggi sotto l’altare, archivi nascosti, un simbolo di cerchio e croce e un “rimedio” del 1630 che è soprattutto un testamento di responsabilità.
Un thriller a episodi dove indizi e scelte pesano quanto le prove.
Leggi le prime pagine
Primo aprile 2025
Il telefono ha vibrato accanto al letto prima che il sole avesse deciso davvero di salire oltre i tetti. Ho esitato, con quella diffidenza che riservo a tutto ciò che interrompe il vuoto mattutino: chiamate di promozione, sondaggi, numeri senza volto. Ho risposto.
Dall’altra parte non c’era un estraneo, ma Casale. Non ha usato preamboli, né la sua ironia che di solito maschera le richieste più spinose. La voce era scarna, un filo più bassa del normale: «De Giorgi, abbiamo un problema. E abbiamo bisogno di lei.»
Il tono è bastato a farmi alzare. Poche coordinate, nessun orpello: un uomo trovato senza vita nella biblioteca de “La Fabrica” il teatro di Avigliana.
Mi sono vestito in fretta. Prima di uscire ho aperto il cassetto con il biglietto di Marco. L’ho piegato e ripiegato, quasi fosse una reliquia che non smette di ferire. Ogni volta che lo sfioro penso: se avessi avuto un istante in più? Forse l’avrei salvato. Stavolta voglio giocare d’anticipo.
La biblioteca si mostrava come un alveare in subbuglio: auto dei carabinieri parcheggiate a ventaglio, curiosi che tentavano di sbirciare oltre il nastro. Casale mi ha intercettato appena ho varcato l’ingresso. «È un casino. Mi segua.»
Dentro, l’odore della carta era contaminato da un sentore acre, una nota metallica che annunciava la morte prima ancora di vederla. L’uomo era a terra, tra gli scaffali. Completo scuro, scarpe lucide, fascicoli ordinati in una valigetta spalancata. La scena aveva qualcosa di orchestrato: libri caduti come una cornice improvvisata, una penna allineata al bordo della borsa, e soprattutto il volto del cadavere. Gli occhi sbarrati, la bocca socchiusa in una smorfia di terrore. Non l’inerzia di chi muore all’improvviso, ma il marchio di chi ha visto qualcosa di definitivo.
Casale ha pronunciato il nome: «Marco Bellini.» Imprenditore, investimenti immobiliari, spesso al limite della legalità. Una vita di contratti interrotti, rivali in affari, sospetti mai provati. Molti lo rispettavano, altri lo odiavano.
Nessun segno di colluttazione. Nessuna effrazione. Solo un libro aperto accanto al corpo. Un’illustrazione antica, al centro: una bilancia. Simbolo troppo preciso per essere casuale. Ho preso il diario, come fosse un istinto. Ho scritto: Cosa rappresenta questa bilancia?
La risposta è arrivata secca, senza spiegazioni: Giustizia. O vendetta. Non posso dirti altro.
Il tono di Joel era diverso. Non il maestro che indica la via, piuttosto l’assistente che ricorda un’evidenza. Come se il diario stesso mi dicesse: Sei tu che devi gestire i casi.
Ho osservato a lungo quella bilancia disegnata sulla pagina, chiedendomi chi l’avesse messa lì e perché. Casale continuava a parlare di Bellini, di affari sospesi e di persone che avrebbero tratto beneficio dalla sua caduta. Il dettaglio simbolico però stonava: non era il gesto impulsivo di un rivale, ma la regia di qualcuno che voleva lasciare un messaggio.
Ho chiesto a Casale da quale scaffale provenisse quel volume. Nessuno lo sapeva: era stato trovato già aperto accanto al corpo. Un dettaglio che allargava il margine di sospetto: qualcuno l’aveva scelto, collocato, posato con cura.
Nel pomeriggio, uscendo dalla biblioteca, mi sono sentito più pesante di quando ero entrato. L’aria fuori era tersa, il brusio dei curiosi già svanito. Dentro di me restavano domande che nessuno sembrava voler formulare.
Mi sono diretto al lago. Acqua piatta, riflessi interrotti solo da un vento leggero. Ho ordinato un caffè al bar sul lungolago, cercando un appiglio qualunque. È stato lì che ho visto Viola.
Era seduta con un libro tra le mani, i capelli sciolti che seguivano il respiro della brezza. Quando mi ha notato, ha sorriso. Un gesto semplice, sufficiente a incrinare la tensione accumulata. Mi sono avvicinato e per qualche minuto ho finto normalità. Le ho detto che avevo solo arretrati da sbrigare. Lei ha riso, e quel suono mi ha riportato un frammento di pace. Una pace fragile. Tornato a casa, ho aperto di nuovo il diario. Non più per ricevere risposte, ma per registrare domande. Joel mi ha solo scritto una frase:
Segui i simboli, Giorgio. Ti condurranno alla verità.
Il diario pretende che sia io a leggere i segni, e Joel resta sullo sfondo, come un assistente silenzioso. Non è più tempo di affidarsi a una guida esterna: il compito è interamente mio.
Il contraccolpo non è solo l’omicidio enigmatico, ma il passaggio di responsabilità. Non posso più rimandare le scelte, non posso rifugiarmi nell’attesa di un intervento esterno. Il diario sta dicendo che l’investigazione, d’ora in avanti, è affar mio.
La morte di Bellini poteva sembrare un regolamento di conti, l’ennesimo capitolo in una lunga serie di affari sporchi. La bilancia accanto al corpo cambiava la prospettiva. Non era solo un simbolo universale: era un marchio, un messaggio diretto.
Giustizia o vendetta. Due parole che a volte coincidono, a volte divergono, sempre pericolose. Chi aveva scelto quella bilancia conosceva Bellini abbastanza da sapere che il suo passato traballante si prestava a entrambe le letture.
Ho riletto gli appunti. La posizione dei libri, la penna stilografica allineata, la valigetta ordinata. Tutto gridava intenzionalità. Non era il caos di una colluttazione, ma una messinscena precisa. Qualcuno voleva che vedessimo quell’immagine: l’uomo a terra, la bilancia sopra di lui, la biblioteca come teatro di un processo già concluso.
Mi sono chiesto chi avesse accesso a quel luogo. La biblioteca non era deserta, né chiusa. Qualcuno doveva sapere che Bellini sarebbe stato lì, a quell’ora, con quei documenti. Qualcuno aveva pianificato.
Voglio sapere da quale scaffale provenisse quel libro, chi lo aveva preso in mano, e se esistono registri di consultazione. Non mi accontenterò di ipotesi generiche.
Il pensiero che mi ha accompagnato prima di chiudere gli occhi è stato chiaro: se questa è una partita a scacchi, il primo pezzo è già stato mosso. La bilancia non è un dettaglio: è l’apertura dell’avversario.
La differenza rispetto al passato è che questa volta sono pronto a rispondere.