IL DETECTIVE DAVENPORT

LA RUOTA PANORAMICA

ULTIMO GIRO

Pagina speciale: Il Detective Davenport
Quattro casi in terra inglese.
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ISBN: 979128238193 (brossura)

Autore: Kalel Abellium

Titolo: IL DETECTIVE DAVENPORT

Sottotitolo: La ruota panoramica: ultimo giro

Mese di pubblicazione: GENNAIO 2026

Numero di pagine: 210

Prezzo: € 13,99 (Brossura) - € 4,49 (E-book)

Genere: NARRATIVA. Giallo - Mistero

Il libro

Al luna park tutti guardano le luci. Nessuno guarda davvero in alto.
Finché la ruota panoramica si blocca… e sopra, appeso alla sua stessa giostra, c’è il cadavere di Gregory Hale, il proprietario del parco.

Il Detective Davenport odia le spiegazioni comode, e Turner odia le altezze: insieme devono ricostruire l’ultimo giro di un uomo che aveva soldi, potere e un talento speciale per farsi nemici.
Tra tunnel nascosti, telecamere che non mostrano mai il momento giusto, zucchero caramellato sotto le scarpe e una sequenza di luci che sembra parlare in codice, l’indagine scoperchia una verità semplice e devastante: non esiste un solo colpevole quando tutti hanno avuto un motivo per tacere.

Perché certe morti non sono solo omicidi. Sono messaggi.
E certe vergogne, prima o poi, vengono a galla.

IL DETECTIVE DAVENPORT – La ruota panoramica: Ultimo giro
Un giallo teso, dove la giostra si ferma solo quanto trova un cadavere.

LEGGI LE PRIME PAGINE

L’ultimo giro

 

“Non mi fido delle strutture che scricchiolano.”

È stata la prima cosa che ho pensato quando la ruota panoramica ha cigolato sopra la mia testa, allungando le sue braccia di metallo nel cielo come un mostro allegro e arrugginito.

Il secondo pensiero è stato più semplice: se cado, muoio. E mi si è seccata la bocca.

Davenport, al mio fianco, ha buttato lì con quel tono svagato: «Ti stai già immaginando morto, Turner?»

«Sto… solo facendo due conti.» Ho deglutito. «E non mi piacciono.»

Il luna park intorno a noi era un miscuglio di rumori e odori che non avrebbe superato nessun test igienico, ma che sembrava rendere tutti felici: zucchero filato, olio per i popcorn, fumo di carne alla griglia, e, a folate, l’odore di gasolio del gruppo elettrogeno dietro le baracche. Quello che ti resta in gola anche quando sorridi.

Era una di quelle sere perfette per dimenticare qualsiasi problema. Noi, ovviamente, eravamo lì per ricordarceli tutti.

Davenport ha fissato la ruota. «Questo posto è meraviglioso. È come entrare nella testa di un uomo adulto che non ha mai smesso di buttare soldi nelle macchinette».

«Pensavo fossimo qui perché avevate deciso che dovevate “osservare la psicologia della folla dall’alto”» ho ricordato, con un briciolo di rancore.

«Anche» ha ammesso. «Ma non ridurre tutto alla mia parte razionale, Turner. L’altra parte vuole solo vedere se, da lassù, il mondo sembra meno stupido».

La fila per salire sulla ruota si muoveva lentamente. Famiglie, coppiette, adolescenti con la felpa troppo grande. Davanti a noi una bambina stringeva un palloncino a forma di stella e continuava a indicare in alto, dove le cabine oscillavano leggermente contro il cielo.

Davenport non staccava gli occhi dalla ruota. «Hai mai pensato a cosa spinge le persone a pagare...?»

«Le tasse non contano?»

«No. Intendo le giostre. I tunnel dell’orrore, le montagne russe, la ruota. Passano la giornata a fuggire da problemi reali e la sera comprano il biglietto per problemi finti.» Mi ha lanciato uno sguardo di lato. «Tu, per esempio, perché sei qui?»

«Perché voi avete comprato due biglietti e non mi avete lasciato scelta».
«La negazione è il primo sintomo» ha concluso, soddisfatto.

La fila stava avanzando, e con lei la mia ansia. Da vicino, la ruota sembrava ancora più grande, aveva quasi le dimensioni del “London Eye”, unica eccezione erano le cabine che potevano portare solo due persone alla volta. Le luci a led correvano lungo i raggi, cambiavano colore e disegnavano sequenze che non avevano nessun senso apparente. C’era qualcosa di ipnotico in quel movimento continuo, come se la ruota respirasse nel buio.

Abbiamo inserito i biglietti nel display di ingresso.

Siamo saliti nella cabina numero tredici. Il portellino si è chiuso con un “clack” poco rassicurante e la ruota ha iniziato a muoversi di nuovo, lenta.

Il luna park si allontanava da noi centimetro dopo centimetro. Le voci si facevano più piccole, poi più acute, poi solo un ronzio sotto i nostri piedi. Dall’alto le luci sembravano colate di vernice sparpagliate su una tela scura. Il banco dei pesci di plastica, il tiro a segno, la giostra dei cavalli che girava su sé stessa come un vinile graffiato.

«A me non piace.» Mi è uscito basso, come se dirlo più forte potesse farmi precipitare.

«Mi piace l’illusione di controllo» ha risposto Davenport. «Ognuno qui pensa di sapere cosa sta succedendo: quando parte la giostra, quanto dura, come finirà. Poi qualcosa si blocca, una luce salta, un carrello resta sospeso. E improvvisamente tutti ricordano che non comandano niente».

«Grazie… davvero.»

«Turner, se volevi rassicurazioni dovevi scegliere un altro lavoro. O un altro amico».

Non ho risposto. In parte perché aveva ragione, in parte perché in quel momento la cabina aveva iniziato a oscillare e il mio cervello aveva deciso che preferiva concentrarsi sull’idea di non vomitare.

Quando siamo arrivati in cima, la ruota ha rallentato ancora di più, fino quasi a fermarsi. Per un attimo siamo rimasti sospesi. Il luna park, sotto di noi, era un mosaico di luce e movimento. Oltre, la città si stendeva in una distesa di tetti e finestre illuminate.

Davenport puntò un dito verso il basso. «Guarda quanti piccoli drammi in corso, e noi qui, in tribuna d’onore».

«Io vedo solo gente che mangia e bambini che urlano».

«Appunto. I bambini urlano la verità. Gli adulti… ci spalmano sopra la maionese».

Non ho avuto il tempo di chiedergli cosa diavolo intendesse, perché in quel momento la ruota ha sobbalzato, le luci hanno fatto un breve tremolio e un rumore secco è salito dal basso, come uno scoppio trattenuto. Una zaffata di diesel bruciato ha raggiunto l’olfatto.

Poi il buio.

Non un buio completo, non un blackout totale. Piuttosto una serie di spegnimenti a catena: alcune strisce di led si sono zittite, una parte del parco è rimasta in penombra, la musica si è interrotta di colpo su una nota spezzata. Il ronzio della folla è diventato un brusio di sorpresa, poi qualcosa di diverso.

Un grido.

 

Esiste una qualità particolare di urlo che non ha niente a che vedere con le montagne russe. È più corto, più secco, e non contiene adrenalina, solo paura. Quello che è salito dal basso in quel momento aveva esattamente quel suono.

«Avete sentito?» Domanda inutile: l’avevamo udito tutti.

Per la prima volta, niente ironia nella voce di Davenport. «Sì. Quello non è divertimento».

La ruota ha continuato a muoversi per qualche secondo, inerte, come se stesse cercando di capire cosa fare. Poi si è fermata di colpo, lasciandoci sospesi a metà tra cielo e terra. Diverse cabine hanno ondeggiato lievemente, tra mormorii e qualche risata nervosa.

Dal basso arrivavano altri suoni: ordini urlati, una musica che ripartiva a metà e veniva spenta subito, un bambino che piangeva.

«Forse…» mi sono schiarito la voce. «Forse è svenuto qualcuno.»

Davenport ha fatto un cenno minimo col mento. «Magari. Quella qualità di silenzio, dopo un urlo, non è da svenimento. È da scoperta».

Ho guardato in giù, stringendo i denti. Non amo guardare in basso. In quel momento la curiosità ha preso a calci la paura e l’ha buttata da una parte.

All’inizio non ho visto niente di strano. Le bancarelle, la folla che si ammassava verso un punto, i fasci di luce che ancora funzionavano e facevano del loro meglio per mantenere l’illusione che tutto fosse normale.

«Non so dove guardare» ho detto.

Davenport ha socchiuso gli occhi, come se stesse mettendo a fuoco qualcosa che per me non esisteva ancora.

«Il vigliacco segue gli occhi della folla. E di solito funziona» ha mormorato. «Non è un insulto, Turner, usala a tuo vantaggio. Un vigliacco guarda sempre dove tutti gli altri guardano, perché non vuole essere quello che resta indietro».

Avevo seguito la direzione generale della folla. Il movimento non era uniforme, non era un’esplosione caotica. Era una spirale. Le persone osservavano tutte verso l’alto, un punto preciso della ruota.

E poi l’avevo visto.

Non subito con chiarezza, più come una macchia fuori posto. Una forma scura contro la struttura illuminata, in un punto dove non avrebbe dovuto esserci niente. Inizialmente il mio cervello aveva provato a inserirla nella categoria “pezzo meccanico”, “pannello”, “manutenzione”.

Poi il vento aveva mosso quella forma, e qualcosa aveva oscillato nel vuoto, un braccio forse, o una gamba, e tutte le altre spiegazioni si sono sciolte.

«Oh, no» mi è scappato.

«Sì», ha detto Davenport, piano. «Proprio in quel punto».

L’uomo era incastrato nella struttura della ruota, pochi metri sopra una delle cabine più basse. Il corpo pendeva con un angolo innaturale, come se fosse stato gettato, bloccato a metà strada tra una caduta e un atterraggio che non sarebbe mai arrivato.

Le luci ancora accese lo illuminavano a tratti, a scatti, come un flash fotografico difettoso: un volto pallido, una giacca elegante, una mano aperta verso il nulla.

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