DETECTIVE PER CASO

IL RITORNO DI JOEL

FEBBRAIO

(volume 2 di 12)

Pagina speciale: Detective per caso - Il ritorno di Joel
Dodici mesi, tanti casi da risolvere e una grande sfida con il diario.
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ISBN BROSSURA: 9791282384049

Autore: Kalel Abellium

Titolo: DETECTIVE PER CASO - IL RITORNO DI JOEL

Sottotitolo: Febbraio

Mese di pubblicazione: MARZO 2025

Numero di pagine: 174

Prezzo: € 11,00 (Brossura) - € 3,99 (E-book)

Genere: NARRATIVA. Giallo - Mistero

Il libro

Febbraio porta Giorgio De Giorgi a una svolta: lascia i fornelli, riapre lo studio e torna detective, mentre il diario riprende a scrivere da solo e Joel riappare come bussola irregolare.
Le giornate si aprono su misteri diversi: una “mummia” avvolta nello scotch sulle rive della Dora; un morto in un giardino ai Bertassi dove tutti tacciono; corridoi di Stupinigi e un pendente inciso abbandonato accanto a un corpo; Kuala Lumpur, 1980, un bar, una busta sparita e un indirizzo che non esiste; Torino, Palazzo della Regione: una donna crolla in un ascensore chiuso, e nell’aria aleggia il mandorlo amaro del cianuro.
Intanto Giorgio alza la serranda di “DE GIORGI – INVESTIGAZIONI”, ritrova Lucrezia e lavora con il maggiore Casale, scoprendo che i colpevoli non sempre urlano: spesso proteggono, manipolano, preparano l’aria prima del colpo.
“Il ritorno di Joel – Febbraio 2025” è un thriller a episodi che intreccia presente e passato, indizi minuti e scelte morali. Ogni caso parla di potere, denaro, reputazione e sopravvivenza; ogni indizio gli chiede di scegliere tra verità e lealtà, tra ciò che resta e ciò che si perde. Quando il diario decide il tempo, l’unica regola è guardare meglio: perché la verità, qui, non sta nei titoli, ma nei dettagli che gli altri cercano di tenere nascosti.

Leggi le prime pagine

Primo febbraio 2025

Caro diario.

È trascorso già un mese da quando ho ripreso a scrivere con costanza, eppure mi sembra che siano passati anni. Forse perché ogni giorno vissuto con il diario non scivola mai via come uno qualunque. Oggi mi trovo ancora alla Sacra di San Michele, avvolto in un saio da frate che odora di lana grezza e incenso stantio, immerso nella ricerca di un manoscritto scomparso da secoli. L’aria è pungente, e le pietre antiche sembrano trattenere i segreti di generazioni di monaci.

L’abate, uomo alto e dal portamento severo, aveva ascoltato con incredulità la mia richiesta di accedere alla cripta segreta, indicata da Padre Costanzo il Vecchio nei suoi scritti. Le sopracciglia si erano aggrottate in un’espressione a metà tra il sospetto e la curiosità. Alla fine, aveva acconsentito ad accompagnarci, forse spinto più dal timore di ciò che avremmo potuto scoprire senza di lui che da un reale desiderio di aiuto.

Raggiunta la biblioteca, l’odore della pergamena antica e della cera si fece più intenso. Il silenzio era così profondo che il solo fruscio della mia veste contro il pavimento di pietra mi pareva un rumore sacrilego. L’abate si era fermato davanti a uno scaffale massiccio, coperto di polvere, e con un cenno aveva ordinato a un giovane novizio di aiutarlo a spostarlo. Lo sforzo fu notevole: il legno scricchiolò sotto le mani, i muscoli delle braccia si tesero, e per un attimo pensai che l’impresa ci avrebbe lasciati senza fiato. Quando lo scaffale si spostò quel tanto che bastava, la vidi: una botola di ferro, annerita dal tempo.

Immediatamente la mia mente corse alla botola della chiesa di San Giovanni ad Avigliana, che avevo trovato il mese scorso. Stessa sensazione di mistero, stessa promessa di risposte e pericoli. Con fatica riuscimmo a sollevarla: un gemito metallico ruppe il silenzio, e una colata di aria fredda e umida ci investì il viso. Sotto di noi, una scala di pietra scendeva nell’oscurità più assoluta.

La discesa fu lenta, ogni gradino consumato e irregolare richiedeva attenzione. Joel, tornato per l’occasione in carne e ossa, avanzava davanti a me reggendo una torcia. La fiamma danzava, proiettando ombre sulle pareti umide e rivelando incisioni antiche, consumate dal tempo, forse mani di monaci che avevano percorso quelle stesse scale secoli prima. Io osservavo ogni angolo, cercando segni, ascoltando i rumori, respirando quell’aria impregnata di muffa e segreti.

Alla base della scala, una porta di legno massiccio ci sbarrava il passaggio. Nessun segno di effrazione. Non era stata forzata: chiunque fosse entrato lì, aveva avuto le chiavi o sapeva come aggirare la serratura. Joel si chinò ad analizzare il meccanismo, il volto illuminato dalla torcia. «Dobbiamo trovare un modo per aprirla,» disse, la voce bassa, come se temesse di disturbare il silenzio secolare di quel luogo.

In quell’istante, un rumore inatteso ci fece voltare di scatto. Sulle scale, a pochi passi dall’ingresso, una figura ci osservava. Era Padre Fulgenzio. La torcia di Joel illuminò il suo volto pallido, e vidi il tremolio delle mani. «Non potete essere qui,» mormorò, e la sua voce era un misto di paura e colpa.

Il mio istinto mi suggerì che quella presenza non fosse casuale. «E voi? Perché siete qui?» ribattei, fissandolo negli occhi. Fulgenzio esitò, poi abbassò lo sguardo.

«Cosa sapete del libro?» chiese, e nella domanda c’era un’ombra di sfida.

Ci fu un momento di silenzio. Poi, come se una diga avesse ceduto, il giovane monaco iniziò a parlare. «Non volevo rubarlo. Volevo proteggerlo da chi lo avrebbe dimenticato, chiuso in quella biblioteca, a prendere polvere.»

Nelle sue mani comparvero le chiavi. Con un gesto incerto, aprì la porta. L’interno della cripta era un regno sospeso nel tempo: scaffali colmi di reliquie dimenticate, candelabri ossidati, frammenti di vetro colorato. Al centro, su un piedistallo, avvolto in un panno di seta rossa, il Libro dei Sette Spiriti. Un brivido mi percorse la schiena mentre mi avvicinavo. Joel, silenzioso al mio fianco, era pronto a intervenire, ma lasciò che fossi io a compiere quel gesto.

«Perché?» chiesi, sfiorando il tessuto che proteggeva il volume.

«Pensavo che potesse essere usato per il bene di tutti,» rispose Fulgenzio, la voce spezzata, «non solo custodito qui. Non sapevo come.»

Dietro di noi, passi pesanti annunciarono l’arrivo dell’abate. Il suo volto era serio, non ostile. «Fulgenzio, il sapere non è una cosa da nascondere o da condividere senza criterio. Richiede responsabilità. Hai sbagliato, ma possiamo rimediare.»

Con gesto calmo, prese il libro dalle mie mani e lo riportò nella teca della biblioteca. Fulgenzio abbassò il capo, accettando in silenzio la punizione che lo attendeva. Io e Joel restammo immobili a osservare mentre l’abate sigillava la teca e la chiave che tintinnava nel silenzio. Poi si voltò verso di me, e sul suo volto apparve un leggero sorriso, quasi un segno di riconoscenza. «Grazie, Monsignor Giorgio. Avete salvato qualcosa di prezioso non solo per noi, ma per il mondo.»

Uscimmo dalla Sacra quando il sole stava calando dietro le cime. L’aria gelida mi pizzicava la pelle, e il paesaggio alpino mi avvolgeva in un silenzio diverso, fatto di vento e luce dorata. Sulla scalinata esterna mi voltai un’ultima volta: la sagoma imponente dell’abbazia sembrava vegliare su ciò che avevamo lasciato al sicuro.

Poi, come spesso accade con il diario, la realtà cambiò all’improvviso. Un battito di ciglia, e mi ritrovai seduto alla mia scrivania, la piuma tra le dita. Le pagine si stavano riempiendo da sole del racconto appena vissuto. Guardai il calendario: primo febbraio 2025. Un nuovo mese, una nuova serie di misteri da affrontare.

Dentro di me, una certezza: il diario aveva ancora molto da chiedermi… e da darmi.

 

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