DETECTIVE PER CASO

IL RITORNO DI JOEL

GENNAIO

(volume 1 di 12)

Pagina speciale: Detective per caso - Il ritorno di Joel
Dodici mesi, tanti casi da risolvere e una grande sfida con il diario.
Vai alla pagina speciale

ISBN BROSSURA: 9791282384025

Autore: Kalel Abellium

Titolo: DETECTIVE PER CASO - IL RITORNO DI JOEL

Sottotitolo: Gennaio

Mese di pubblicazione: FEBBRAIO 2025

Numero di pagine: 194

Prezzo: € 11,00 (Brossura) - € 3,99 (E-book)

Genere: NARRATIVA. Giallo - Mistero

Il libro

Primo gennaio 2025, Avigliana. Giorgio De Giorgi, cuoco di professione, ha giurato di lasciarsi alle spalle indagini e fantasmi dopo gli avvenimenti del 2023. Il vecchio diario, però, torna a scrivere da solo e lo richiama: il lago grande nasconde un segreto, e il tempo pretende una soluzione.

Da quel momento gennaio si apre come una serie di stanze: il dinamitificio Nobel e un corpo riemerso; una valigia d’oro sotto il coro di San Giovanni e una famiglia spaccata; il “Conte Rosso” sparito durante un matrimonio e un mecenate con i guanti sbagliati.
Intanto riappare Lucrezia, proprio quando un omicidio al tiro a segno e un dossier su traffici d’armi avvicinano la verità al suo nome.
Tra nebbie e bugie, Giorgio capisce che la cucina non basta più: riapre lo studio, torna a fare il detective.
Ma il diario ha un’ultima richiesta: scrivere “SAN MICHELE”. E la pietra della Sacra si anima, trascinandolo in un’indagine oltre secoli: un manoscritto conteso, monaci dai silenzi fitti, un eremita che indica una cripta dimenticata.
Il ritorno di Joel è un thriller a episodi che intreccia indagine contemporanea e vertigine temporale: ritmo teso, dettagli che parlano, un protagonista costretto a scegliere fra amore, lealtà e il dovere di guardare dove nessuno vuole. E la libertà di restare umano, sempre.

LEGGI LE PRIME PAGINE

Primo gennaio 2025

Caro diario,

stamattina il freddo è arrivato prima di me in cucina. Non dalla finestra, ma dal punto esatto dove so che ho lasciato il vecchio diario. Ho provato a ignorarlo, ma aveva la testardaggine di un cane randagio che ti aspetta davanti alla porta.

La cucina è in ordine solo a metà: pentole ancora umide, una teglia ad asciugare, il coltello grande riposto nel ceppo ma fuori squadra di un millimetro, quanto basta per infastidirmi. Ho passato la mattinata a rimettere a posto dopo i festeggiamenti del mio quarantaduesimo compleanno, e ho capito che sistemare le cose intorno a me non sempre significa averle sistemate dentro.

Sono passati due anni da quando ho messo via il vecchio diario. Due anni da quel gennaio 2023 che ha piegato la mia vita in una forma diversa. Oggi sono — e voglio essere — un cuoco. Casacca bianca, cappello da chef quando serve, gerarchie di cucina rispettate all’osso, piatti che devono uscire caldi, puliti e insieme. La verità è che in cucina tutto è più semplice: un errore ha un odore, un sapore, una consistenza; puoi correggerlo o buttarlo via. Con le indagini non funziona così: la verità sporca le mani e non va più via, nemmeno dopo dieci lavaggi.

Avigliana mi ha accolto in silenzio, come fa con tutti quelli che non pretendono troppo. L’aria sa di legna bruciata e di erbe di campo, e certe mattine, quando il vento arriva dalla direzione giusta, porta con sé un odore di acqua ferma e ferro che mi fa pensare ai due laghi come a due occhi sempre aperti. Qui quasi nessuno mi riconosce come “il detective”, e va bene. Preferisco essere il tizio che prepara un risotto ai funghi come si deve, che non lesina sul brodo e non tradisce il riso. È una forma di dignità che mi sono scelto.

Non ho fatto buoni propositi per l’anno nuovo: i buoni propositi hanno il difetto di richiamare cattivi ricordi. Ho solo preparato una lista corta: lavorare bene, non mentire a me stesso, dormire otto ore quando posso. Non c’è scritto “indagare”. Non c’è scritto Joel. Non c’è scritto “viaggiare nel tempo”. Quella stagione è chiusa. O almeno, dovrebbe esserlo.

Ho messo su il caffè, ho guardato la moka borbottare e ho ascoltato il silenzio della casa. Il silenzio, quando lo lasci lavorare, scava. Dal soggiorno vedevo lo scaffale dove ho riposto le cose che non volevo più toccare: vecchi quaderni, un paio di fotografie, e quel diario. Non in vista, ma nemmeno nascosto davvero: il posto dove si mettono gli oggetti che non sai se buttare o lasciare.

Ho preso a riordinare come si disinnesca una bomba: una cosa alla volta. Ma a un certo punto, passando lo straccio sul tavolo, la tazza è scivolata e si è rotta in tre pezzi netti. Un incidente banale, ma mi ha lasciato addosso un nervosismo sproporzionato. L’ho raccolta, e ho notato — o forse mi è sembrato — un riflesso d’argento sotto il mobile, come se qualcosa fosse finito lì da tempo. Non ho guardato subito: certe cose è meglio lasciarle al buio finché non si è pronti.

Quando ho finito di rassettare, ho aperto la finestra. L’odore che è entrato era quello giusto: legna bagnata, fumo gentile, un accenno di nebbia. Ho pensato che questa città abbia un modo tutto suo di dirti la verità: non te la urla in faccia, te la lascia sulla soglia.

Sono uscito a fare due passi. Ho preso la strada che porta al lago grande, dove il vento arriva più deciso e la luce, anche d’inverno, riesce a specchiarsi in qualcosa. Lungo il tragitto, un odore di ferro e muffa mi ha bloccato di colpo. Ho pensato agli edifici abbandonati, al dinamitificio Nobel, a storie di mani rovinate dalla polvere da sparo. E a quella volta, due anni fa, in cui… No. Ho smesso di pensarci.

Più tardi, al rientro, ho cucinato qualcosa di semplice: uova strapazzate con erba cipollina, pane tostato, un filo di olio buono. Ho mangiato in piedi, alla finestra, ma senza pace: continuavo a pensare al riflesso sotto il mobile.

Ho sistemato lo scaffale, lasciando la scatola con il diario per ultima. Ho posato le dita sul coperchio e l’ho sentito freddo, liscio, familiare. Non l’ho aperta. Ma ho avuto la netta sensazione che fosse stata spostata di qualche millimetro dall’ultima volta.

La sera, con un bicchiere di vino rosso che profumava di ciliegia, ho mandato un messaggio a Lucrezia, non so neanche perché l’ho fatto, sono anni che non ci sentiamo. Non ho aspettato risposta. Ho ruotato la scatola con il diario di un quarto di giro, poi mi sono chinato e, senza volerlo, ho visto che il riflesso sotto il mobile era una piccola chiave. L’ho lasciata lì. Non oggi.

Ho spento le luci, ascoltando il ronzio del frigorifero e il calore dei tubi. Domani sarà un giorno come gli altri. Ma so che, se il passato vuole ancora provare a entrare, stavolta dovrà bussare più forte.

 

2 gennaio 2025

Non ho aperto le tende stamattina. La stanza era immersa in un buio che non apparteneva all’ora, come se la notte si fosse attardata solo qui. L’orologio segnava le 7:15, eppure il vetro della finestra rifletteva ancora il nero. Sul comodino, il bicchiere d’acqua di ieri sera era vuoto. Giuro che lo ricordavo mezzo pieno. Ho scacciato il pensiero, ma è rimasto lì, appiccicato.

Mi sono alzato con una pesantezza che non era stanchezza. Più simile a un velo umido steso sui pensieri. Ho messo il caffè sul fuoco e ho aspettato il gorgoglìo familiare della moka. Quando ho versato il liquido scuro nella tazza, mi sono accorto che il cucchiaino tremava leggermente tra le dita. Ho cercato di sorridere, ma il sorriso non è arrivato.

Stavo fissando il vapore quando l’ho visto. Il vecchio diario. Non in un sogno, non in un ricordo: lì, nello scaffale, fuori dalla scatola dove l’avevo chiuso due anni fa. Impossibile. Ricordo bene di averlo riposto io stesso e di non averlo più toccato. Era come se fosse uscito da solo.

Un bagliore bianco, freddo, gli filtrava dalla copertina. Non un riflesso: una luce sua, autonoma, che sembrava respirare. Ho posato la tazza e mi sono avvicinato piano. Ogni passo mi dava la sensazione che il pavimento si allungasse sotto i piedi, come se non volesse farmi arrivare.

L’ho preso in mano. Il cuoio era freddo come pietra lasciata all’ombra. L’ho aperto. La prima pagina, che ricordavo coperta dall’immagine del mio primo caso risolto nel 2023, era bianca. Poi, lentamente, una frase rossa si è scritta da sola:

Giorgio, ti sei dimenticato di me? Dobbiamo ricominciare tutto da capo. Tu sei ancora legato a questo diario.

Il cuore mi ha colpito forte, un colpo secco. Mi sono sentito osservato. Ho cercato di razionalizzare, ma senza convinzione. E poi, quasi senza accorgermene, ho parlato: «Joel? Sei tu?»

Le parole non si sono perse nel vuoto. La pagina ha tremato, e altre lettere rosse sono apparse:

Sì, sono io. E tu hai una missione. Devi riprendere questa avventura. Non puoi lasciare che tutto si perda nel silenzio.

Non avevo scritto nulla. Eppure, la voce di Joel — calma, ironica — sembrava riempire la stanza. Ho chiuso il diario di scatto, quasi per difesa, ma l’eco delle sue frasi era già dentro di me.

Ho cercato di ribadire a me stesso chi sono oggi: uno chef, non un investigatore. Una vita semplice, pulita. Ma il diario non ha lasciato spazio alle mie giustificazioni. Quando l’ho riaperto, nuove parole erano lì, incise come se fossero sempre state:

Essere solo un cuoco non ti ha mai reso felice. Il tuo destino è risolvere ciò che altri non possono.

Le ho lette e rilette, come se sperassi che cambiassero. Invece sono rimaste ferme, accusatorie. Ho preso la piuma d’oca che avevo sepolto nella scatola, l’ho intinta nel calamaio, e ho scritto una domanda secca:

Cosa vuoi da me, Joel?

La risposta è arrivata immediata, senza esitazione:

C’è un omicidio da risolvere. Il lago grande di Avigliana nasconde un segreto.

Ho sentito un brivido lungo la schiena. La piuma mi è caduta dalle dita, rotolando sotto il mobile. Lì, per un istante, ho visto il riflesso metallico, piccolo, ovale. Non mi sono chinato a prenderlo. Non ancora.

Il resto della mattinata è stato un mosaico di gesti automatici: lavare una pentola, tagliare verdure, controllare il brodo. Ma ogni azione aveva un’ombra: il diario, le sue parole, il lago grande. Ho provato a scacciare l’immagine immergendomi nel lavoro al ristorante. Tra il profumo del soffritto e il rumore ritmico dei coltelli, c’era sempre un momento in cui la mente tornava lì: all’acqua scura, alla calma apparente che so già non essere innocente.

Durante il turno, ho visto l’acqua riflessa nel metallo delle pentole. E ho capito che la cucina, per quanto familiare, non riesce a trattenermi quando il richiamo è così forte.

La sera, di nuovo a casa, ho appoggiato il diario sul tavolo. Non l’ho aperto. Ma mi sono accorto che, ogni volta che distoglievo lo sguardo, un ticchettio leggero arrivava dalla scatola vuota. Un suono che non poteva esserci.

Ho mangiato in piedi, pane e formaggio, senza fame. Poi mi sono seduto davanti al diario e ho passato un dito sulla copertina. Era tiepida.

Non so se chiamarlo destino o condanna, ma so che non è una coincidenza. Joel mi conosce troppo bene. Il lago grande nasconde un segreto e io, volente o nolente, lo scoprirò.

Prima di andare a dormire, ho guardato di nuovo sotto il mobile. Il riflesso era ancora lì. Ho allungato la mano, ma mi sono fermato a un passo. Non oggi.

Consigliati per te