DETECTIVE PER CASO

IL RITORNO DI JOEL

MARZO

(volume 3 di 12)

Pagina speciale: Detective per caso - Il ritorno di Joel
Dodici mesi, tanti casi da risolvere e una grande sfida con il diario.
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ISBN BROSSURA: 9791282384063

Autore: Kalel Abellium

Titolo: DETECTIVE PER CASO - IL RITORNO DI JOEL

Sottotitolo: Marzo

Mese di pubblicazione:  APRILE 2025

Numero di pagine: 200

Prezzo: € 11,00 (Brossura) - € 3,99 (E-book)

Genere: NARRATIVA. Giallo - Mistero

Il libro

Marzo non concede tregue. Un weekend tra ex compagni in una villa sulle colline torinesi si spezza all’alba: un urlo, l’acqua ferma di una piscina, troppi segreti per un gruppo che si conosce fin troppo bene. Il diario riprende a scrivere e Joel torna a parlare; 

Le giornate si intrecciano di nuovi casi: al Teatro Fassino un duello di scena si trasforma in tragedia, tra oggetti manomessi, testimonianze controverse e legami che si stringono fino a far male; nulla è come appare dietro il sipario. Un uomo denuncia di essere stato “sostituito”. Un ombrello comprato al mercato nasconde una chiave e un indirizzo: dietro una porta di Avigliana c’è una storia che chiede di essere trovata. La villa dei Martelli sussurra attraverso passaggi segreti e pareti troppo spesse: un’assenza antica torna a farsi corpo. E quando un amico di Giorgio muore “sotto un’auto”, ricevute, debiti e silenzi compongono un mosaico più feroce di qualunque aggressione a mano nuda.

Leggi le prime pagine

Primo marzo 2025

 Caro diario,

oggi sarebbe dovuto iniziare un weekend spensierato, lontano dalla routine e dal peso delle indagini. Un ritrovo tra vecchi amici di scuola, in una villa isolata sulle colline torinesi. L’idea, almeno sulla carta, era semplice: mangiare bene, ridere, ricordare il passato, godersi la campagna. Già durante il viaggio, mentre la città svaniva nello specchietto e l’asfalto diventava sempre più stretto e tortuoso, ho sentito nascere una strana inquietudine.

La strada saliva tra boschi fitti, con alberi che piegavano i rami verso l’asfalto come se volessero impedire il passaggio. Ogni curva apriva scorci di colline avvolte da una foschia lattiginosa, il cielo carico di nubi basse che filtravano la luce in un grigio uniforme. Il rumore delle ruote sull’asfalto era l’unico suono costante. Intorno, solo silenzio, interrotto a tratti dal richiamo lontano di un corvo.

Arrivare alla villa è stato come varcare la soglia di un tempo sospeso. L’edificio si ergeva in cima a un lieve pendio, circondato da un giardino in parte curato e in parte lasciato all’incuria. La facciata in pietra, macchiata di muschio e licheni, portava i segni del tempo, mentre le persiane verde scuro, alcune socchiuse, sembravano occhi che osservano senza farsi notare. Il portone principale era in legno massiccio, intagliato con motivi floreali ormai consunti; l’odore di resina e di cera d’api mi ha investito appena Luca ha aperto la porta.

Dentro, la sensazione è stata ancora più intensa. Soffitti alti con travi a vista, pareti coperte da carta da parati ingiallita, tappeti spessi che attutivano ogni passo. L’aria aveva un misto di odore di libri vecchi, cera per mobili e fiori appassiti. Ogni stanza aveva il suo carattere: la biblioteca con scaffali colmi di volumi polverosi, la sala da pranzo dominata da un lampadario di cristallo che rifrangeva la luce in mille bagliori dorati, un salotto con divani in velluto che scricchiolavano appena ci si sedeva. Lungo alcuni corridoi, ritratti di antenati con sguardi severi seguivano ogni movimento; in altri, solo pareti spoglie e ombre profonde.

Fuori, oltre la vetrata della sala, una piscina scintillava d’acqua fredda e ferma, inutilizzata sotto il cielo grigio. Le colline intorno sembravano osservare in silenzio.

Il gruppo era come lo ricordavo, ma c’era qualcosa di diverso. Luca, il padrone di casa, ci ha accolti con il suo entusiasmo contagioso. C’erano Marta, Davide, Serena e Antonio: volti familiari, segnati dal tempo. I sorrisi erano autentici, gli abbracci calorosi. In mezzo alle risate ho percepito piccoli vuoti: sguardi che scivolavano via, battute lasciate a metà, frasi interrotte senza motivo. Non so se fosse solo l’imbarazzo di chi non si vede da anni o se, sotto la superficie, scorresse qualcos’altro.

La cena è stata imponente. La tavola, illuminata dal fuoco del camino e dalla luce calda del lampadario, era un tripudio di piatti: selvaggina, formaggi stagionati, pane appena sfornato. Il vino, corposo e scuro, scioglieva le conversazioni. Abbiamo rievocato episodi di scuola, gite finite male, storie di amori adolescenziali e avventure dimenticate. Ad un certo punto, tra un brindisi e una risata, Luca ha lasciato cadere una frase che ha gelato per un istante l’atmosfera.

«Questa casa ha molti segreti… chissà se ne scopriremo qualcuno, questo fine settimana.»

Il tono era ambiguo: sorrideva, ma la voce non aveva lo stesso calore di prima. Gli altri hanno riso, pensando forse a una battuta, e io ho finto di fare lo stesso. Quelle parole mi si sono infilate in testa come una scheggia.

Dopo cena, mentre alcuni si ritiravano nelle camere e altri iniziavano una partita a carte in salotto, ho deciso di esplorare un po’ la villa. Il corridoio del primo piano era un susseguirsi di porte, alcune socchiuse, altre serrate da chiavi antiche. Ho provato ad aprirne una, senza successo; dietro si udiva un odore di chiuso e legno bagnato. In un’altra ala, l’architettura cambiava improvvisamente: pavimenti più consumati, pareti con intonaco screpolato, finestre coperte da tende pesanti che lasciavano filtrare solo un filo di luce.

In una stanza abbandonata, il pavimento scricchiolava sotto il mio peso. C’era un armadio vuoto, con le ante spalancate e un forte odore di naftalina, e un tavolo ingombro di oggetti sparsi: vecchie chiavi arrugginite, fotografie in bianco e nero senza cornice, un candelabro con la cera colata come lacrime secche. Ho provato una strana sensazione di essere osservato, anche se ero solo.

Stavo tornando verso la mia camera quando, dal piano di sotto, è arrivato un suono improvviso: un colpo metallico, come di un meccanismo che si sblocca. Non era il rumore di una porta comune: aveva una risonanza cava, come se provenisse da una botola o da un passaggio nascosto nelle mura. Mi sono fermato e ho iniziato a scendere le scale in punta di piedi.

Il pianterreno era immerso in un silenzio irreale. Il salotto era vuoto, il camino ancora acceso senza nessuno intorno. Ho perlustrato la sala da pranzo, la cucina, un corridoio secondario che portava a una porta laterale chiusa a chiave. Niente. Solo l’eco lontana del mio respiro e il ticchettio dell’orologio a pendolo nell’ingresso.

Non so se sia stata l’atmosfera o il vino, però mi è venuto spontaneo estrarre il diario e scrivere a Joel. Gli ho raccontato in poche righe l’arrivo, la frase di Luca e il rumore sospetto. La sua risposta è arrivata quasi subito, come se fosse stato in attesa.

Giorgio, tieni gli occhi aperti. La villa nasconde più di quanto immagini.

Sono rimasto a fissare la pagina per qualche secondo, cercando di capire se fosse solo il suo modo di scherzare o se sapesse già qualcosa. Con Joel non si può mai essere certi.

Ora sono nella mia stanza, con la finestra che dà sul giardino. Fuori, il vento muove appena i rami degli alberi, e il buio sembra premere contro i vetri. Ho chiuso la porta a chiave e so che non sarà facile dormire. La villa è silenziosa, però ogni tanto, da qualche punto indefinito, arriva un lieve scricchiolio, un colpo sordo, un respiro del legno. Non so se sia solo la natura di una casa antica o un segnale che qui, tra queste mura, qualcosa si sta muovendo.

Questa notte, più che un weekend tra amici, mi sembra l’inizio di qualcosa che non ho ancora il coraggio di definire.

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