CAPITO?
I testi dei monologhi. Frasi quotidiane, viste da un’altra angolazione.
Leggili in due minuti. Ti restano addosso più a lungo.
COS'É "CAPITO?"
É la versione scritta dei monologhi.
Ogni testo parte da una frase che tutti dicono.
Non è legato ai libri pubblicati. È un progetto a sé.
Testi brevi, lettura rapida.
Un’idea chiara per volta.
Parole comuni, significati diversi.
MONOLOGHI
Apri un titolo e leggi. Se ti colpisce, condividilo.
Capito? - "Poi vediamo."
“Poi vediamo.”
Io questa frase la considero un impegno.
Non definitivo, certo.
Ma nemmeno aria.
“Poi vediamo” vuol dire che poi, a un certo punto,
qualcuno vede qualcosa.
Non è un sì.
Non è un no.
È una cosa sospesa.
Che però esiste.
Se non esistesse, non la diresti.
“Ci vediamo stasera?”
“Poi vediamo.”
Perfetto.
Io non mi preparo, ma neanche disdico.
Resto disponibile.
Mentalmente presente.
Fisicamente neutro.
Alle sette meno dieci scrivo:
“Allora?”
Non per pressione.
Per chiarezza.
Risposta:
“Eh… avevamo detto poi vediamo.”
Sì.
Ed è esattamente quello che sto facendo.
Sto vedendo.
Aspetto.
Alle otto scrivo:
“Dimmi pure.”
Che è una frase educata.
Serve a dire: sono ancora qui,
senza dire sono ancora qui.
Visualizzato.
Alle nove mi arriva:
“Pensavo fosse sottinteso di no.”
Sottinteso da chi.
Io col sottinteso ho un rapporto complicato.
Perché il sottinteso funziona solo
se tutti sottintendono la stessa cosa.
E non succede mai.
Il giorno dopo chiedo.
Tranquillo.
Normale.
“Quando dici poi vediamo… cosa intendi?”
Risposta:
“Eh, poi vediamo.”
Esatto.
Quindi lo sai anche tu che non vuol dire niente.
A quel punto provo a usarla anch’io.
“Mi mandi quel file oggi?”
“Poi vediamo.”
Silenzio.
“Ok ma… più o meno quando?”
Ecco.
Adesso “poi vediamo” non va più bene.
Adesso crea disagio.
“Se non riesci dimmelo.”
Ma io riesco.
Poi.
La verità è che “poi vediamo” serve solo a una cosa:
non deludere subito.
Deludere dopo è più elegante.
È meno diretto.
Sembra quasi un errore del tempo.
Adesso quando me lo dicono annuisco.
Sorrido.
E rispondo:
“Va bene. Poi vediamo.”
Che non chiarisce niente.
Ma chiude tutto.
Capito?
9 febbraio 2026
Capito? - "Un attimo."
“Un attimo.”
Questa frase non misura il tempo.
Misura il grado di importanza.
Se mi dici “un attimo”
vuol dire che non sono la cosa principale.
Ma neanche una cosa da ignorare.
Sono lì.
In mezzo.
“Un attimo” è una specie di parcheggio.
Io resto parcheggiato molto spesso.
Tipo quando qualcuno mi dice:
“Arrivo subito.”
Subito non arriva mai.
Arriva dopo qualcos’altro.
Io lo so.
Però faccio finta di niente.
Perché se fai notare che “subito” non è subito,
diventi uno che prende le parole troppo sul serio.
E nessuno vuole essere quello.
Il problema dell’attimo è che non ha forma.
Non sai quando inizia.
Non sai quando finisce.
Può essere breve.
Può essere largo.
Ci sono attimi che contengono:
-
una telefonata
-
un caffè
-
un’altra persona
-
a volte, un’intera giornata
Tu non lo sai.
Lo scopri vivendo.
Una volta ho provato a chiedere:
“Un attimo… quanto?”
Risposta:
“Eh, dipende.”
Da cosa?
Dalla mia pazienza.
In certi contesti l’attimo è infinito.
In altri è immediato.
Se sei tu a dire “un attimo”,
è sempre legittimo.
Se lo subisci, sei esagerato.
È una parola a senso unico.
Alla fine ho capito una cosa:
quando qualcuno mi dice “un attimo”,
non mi sta chiedendo tempo.
Mi sta chiedendo di non disturbarlo.
Che va benissimo.
Basta dirlo.
Ma “un attimo” suona meglio.
È educato.
Non ferisce.
Ti lascia lì.
Con la sensazione che, tecnicamente,
non stia succedendo niente.
E invece sta succedendo tutto altrove.
Capito?
16 febbraio 2026
Capito? - "Fai tu."
“Fai tu.”
Questa non è una frase.
È una rinuncia preventiva.
Quando qualcuno dice “fai tu”,
non sta lasciando libertà.
Sta solo evitando di scegliere.
E la cosa interessante è che la scelta rimane comunque.
Solo che adesso è tua.
“Dove andiamo?”
“Fai tu.”
Ok.
Io scelgo.
Scelgo una cosa normale.
Sempre normale.
“Va bene lì.”
Silenzio.
Non entusiasmo.
Non dissenso.
Solo silenzio.
Che è già una risposta.
Allora chiedo:
“Va bene?”
“Eh… sì.”
Quel sì lì non è un sì.
È un vediamo come va a finire.
A quel punto io sono responsabile di tutto.
Se è bello, era scontato.
Se è brutto, era evitabile.
“Magari potevamo fare un’altra cosa.”
Certo.
Potevamo.
Se qualcuno l’avesse detta.
Il bello di “fai tu” è che funziona solo dopo.
Prima non dice niente.
Dopo spiega tutto.
È una frase retroattiva.
La trovi ovunque.
In ufficio:
“Imposta tu.”
“Gestisci tu.”
“Decidi tu.”
Poi succede qualcosa.
“Eh ma io intendevo un’altra cosa.”
Certo.
Internamente.
“Fai tu” non vuol dire non mi importa.
Vuol dire se va male, non è colpa mia.
Io l’ho capito tardi.
Quando ho provato a usarla anch’io.
“Come vuoi fare?”
“Fai tu.”
E dall’altra parte:
“No no, dimmi tu.”
E lì restiamo fermi.
Tutti e due.
Perché nessuno voleva decidere.
Ma tutti volevano che fosse deciso.
Alla fine qualcuno parla.
Di solito quello più stanco.
Da quel giorno ho imparato una cosa.
Quando sento “fai tu”,
io non scelgo più.
Rispondo:
“Come preferisci.”
Che è uguale.
Ma scarica meglio.
Capito?
23 febbraio 2026
Capito? - “Come vuoi.”
“Come vuoi.”
È una frase educata.
Sembra morbida.
Ha un tono che non fa rumore.
Il problema è che non significa mai la stessa cosa.
Se la dici tu, stai concedendo spazio.
Se la ricevi, stai entrando in un territorio minato.
“Prendiamo la macchina o andiamo a piedi?”
“Come vuoi.”
Io scelgo la macchina.
Si sale.
Silenzio.
Dopo trenta secondi:
“A piedi si stava meglio.”
Ecco.
Non era un “come vuoi”.
Era un test.
La cosa curiosa è che nessuno ti avverte.
Non c’è un manuale.
Tu devi intuire che “come vuoi” contiene un’opinione nascosta.
A volte è una resa.
A volte è una trappola.
A volte è solo stanchezza.
Ma non lo sai prima.
Una volta ho provato a chiedere:
“Lo dici perché ti va bene o perché non vuoi discutere?”
Mi hanno guardato come se avessi complicato tutto.
“Ma no, fai come vuoi.”
E siamo punto e a capo.
“Come vuoi” è una frase che si attiva dopo.
Funziona al futuro imperfetto.
Nel momento in cui la senti, è neutra.
Dopo diventa interpretazione.
Se la cosa va bene, era sincera.
Se va male, non hai capito.
E tu resti lì, a rivedere mentalmente la scena.
Il tono.
La pausa.
Lo sguardo.
Per capire se dentro quel “come vuoi”
c’era un avviso.
La cosa più interessante è che non puoi nemmeno arrabbiarti.
Perché tecnicamente ti hanno dato libertà.
È elegante.
Pulito.
Imprendibile.
Allora ho iniziato a fare una cosa diversa.
Quando qualcuno mi dice “come vuoi”,
io rispondo:
“No, dimmelo tu.”
E lì succede qualcosa.
Un leggero fastidio.
Una micro-esitazione.
Perché adesso la responsabilità torna indietro.
E spesso arriva una risposta vera.
Non lunga.
Non articolata.
Ma vera.
Da quel momento ho capito che “come vuoi”
non è una soluzione.
È un modo per non esporsi.
E io, ormai, preferisco le cose dette male
alle cose non dette bene.
Capito?
01 marzo 2026
Capito? - "Dopo."
“Dopo.”
È una parola tranquilla.
Non dice quando.
Dice solo che "adesso no".
“Ne parliamo dopo.”
“Lo facciamo dopo.”
“Ti richiamo dopo.”
“Dopo” ha sempre un tono ragionevole.
Nessuno discute con il dopo.
Se qualcuno dicesse “mai”, sarebbe chiaro.
“Dopo” invece resta aperto.
Sembra quasi una promessa.
Il problema è che il dopo non arriva mai da solo.
Ha sempre bisogno di qualcuno che lo va"da a prendere.
Se nessuno lo fa, resta lì.
Come un oggetto dimenticato.
Una volta ho provato a seguire un “dopo”.
“Passo dopo.”
Me l’hanno detto a mezzogiorno.
Alle tre ero ancora curioso.
Alle sei ho capito che il dopo era già passato.
Solo che io non ero stato invitato.
Il giorno seguente ho chiesto:
“Ma ieri?”
“Ah sì, poi abbiamo fatto.”
Abbiamo.
Io non ero dentro quell’abbiamo.
“Dopo” ha questa particolarità:
quando arriva, cambia forma.
Diventa:
“alla fine”,
“a un certo punto”,
“ieri”.
Non resta mai “dopo”.
In ufficio funziona benissimo.
“Guardo dopo.”
“Te lo mando dopo.”
“Ci pensiamo dopo.”
E la giornata si riempie di "dopo".
Uno sopra l’altro.
Verso sera qualcuno chiede:
“Ma quella cosa?”
E la risposta è sempre sorprendente:
“Eh, è rimasta indietro.”
Indietro rispetto a cosa?
Al dopo precedente.
Da un po’ di tempo ho cambiato strategia.
Quando sento “dopo”,
non immagino più niente.
Non un orario.
Non un momento.
Nemmeno una giornata.
Penso solo che quella cosa
non sta succedendo.
Se poi succede davvero,
è una sorpresa.
E le sorprese, di solito,
sono più piacevoli delle attese.
Capito?
11 marzo 2026
Capito? - "Tranquillo."
“Tranquillo.”
È una parola che arriva sempre prima di qualcosa che tranquillo non è.
“Tranquillo, facciamo presto.”
“Tranquillo, è una cosa veloce.”
“Tranquillo, non cambia niente.”
Quando qualcuno dice “tranquillo”, di solito ha già deciso per tutti.
Non chiede. Rassicura.
La rassicurazione è curiosa.
Funziona solo se nessuno la verifica.
“Tranquillo, troviamo parcheggio.”
E tu inizi a girare.
Giro largo.
Secondo giro.
Terzo giro.
A quel punto non puoi più dire niente.
Perché eri tranquillo.
Oppure:
“Tranquillo, ho capito.”
Questa è la più pericolosa.
Perché se uno ha capito davvero,
non ha bisogno di dirlo.
Ma quando lo dice,
vuol dire che la spiegazione è finita
prima della comprensione.
Il bello di “tranquillo”
è che si difende da solo.
Se qualcosa va storto,
la frase resta comunque valida.
“Tranquillo” non promette il risultato.
Promette l’atteggiamento.
È una parola di clima,
non di contenuto.
Una volta ho provato a usarla anch’io.
“Tranquillo.”
L’ho detto con calma.
Con convinzione.
Dall’altra parte mi hanno risposto:
“Perché?”
Non avevo una risposta.
Perché “tranquillo” funziona meglio
quando lo dice qualcun altro.
Se lo dici tu,
sembra che stai nascondendo qualcosa.
Da allora ho cambiato metodo.
Quando qualcuno mi dice “tranquillo”,
io non mi tranquillizzo.
Annuisco.
E aspetto di vedere
quanto durerà.
Capito?
16 marzo 2026
Capito? - "Ci sentiamo."
“Ci sentiamo.”
Non è un saluto.
È un rinvio senza data.
Arriva sempre alla fine di una chiacchierata.
Quando non c’è più niente da dire,
ma non vuoi chiudere realmente la situazione.
“Dai, ci sentiamo.”
“Certo, ci sentiamo più tardi.”
Nessuno dei due ha intenzione di sentire l’altro.
Entrambi vogliono fare bella figura.
“Ci sentiamo” serve a questo.
A non risultare definitivi.
Perché “a presto” è un po' troppo impegnativo.
“Ci sentiamo” invece no.
Vuol dire:
- tra un’ora
- tra una settimana
- mai
Dipende da chi lo dice e da chi lo ascolta.
Io, per esempio, ci spero sempre e aspetto.
Aspetto...
Nessuno chiama.
Perché dovevamo sentirci.
Non era però specificato come.
Messaggio?
Telefonata?
Un incontro casuale?
Non c’era scritto.
Ad un certo punto, allora, scrivo io:
“Ciao, come stai?”
E la risposta è sempre uguale:
“Mah ciao! É da un po’ che non ci sentiamo.”
Già.
Ma non è quello il punto.
“Ci sentiamo” è una frase che funziona meglio
se nessuno la usa davvero.
Se uno dei due prova a renderla concreta,
qualcosa non funziona.
Diventa:
“Perché mi scrivi?”
“C’è qualcosa che non va?”
No.
Sto solo applicando la frase; CI SENTIAMO.
Col tempo ho capito che “ci sentiamo”
non riguarda il futuro.
Riguarda il passato.
Serve a chiudere bene quello che c’è stato,
senza impegnarsi su quello che verrà.
Adesso quando sento "ci sentiamo",
non lo prendo come un accordo.
Lo considero un modo elegante
per non sparire di colpo.
E in effetti funziona.
Perché quando non ci sentiamo più,
nessuno può dire che non era previsto.
Capito?
21 marzo 2026
Capito? - "Sì. Sì."
Due sì.
Uno solo non basta.
Il primo sì apre.
Il secondo chiude.
“Sì, sì” è una risposta completa.
Non richiede altro.
Non invita a proseguire.
“Domani mi mandi tutto?”
“Sì, sì.”
Fine.
Non c’è spazio per:
“a che ora?”
“in che formato?”
“sei sicuro?”
Perché con due sì
sembra tutto già risolto.
Il problema è che “sì, sì”
non conferma niente.
Riduce solo la conversazione.
È una scorciatoia.
Se dici solo “sì”,
può nascere un dubbio.
“Sì, sì” invece è definitivo.
Talmente definitivo
che non lo puoi più toccare.
Una volta ho provato a chiedere:
“Ma quando hai detto sì, sì…
era un sì normale o un sì, sì?”
Mi hanno guardato male.
Perché nessuno distingue.
Però tutti capiscono.
Il primo sì è per te.
Il secondo è per farla finita.
E si sente.
“Sì, sì” al telefono
è diverso da “sì, sì” dal vivo.
Dal vivo c’è lo sguardo.
Al telefono resta solo la doppia conferma.
Che però non conferma.
È come firmare un documento
senza leggerlo.
Anzi, due firme.
La cosa interessante è che
non puoi neanche contestarlo.
“Ma avevi detto sì, sì.”
“Certo.”
E ha ragione.
Ha detto sì, sì.
Non ha detto quando, come, perché.
Ha solo detto che…
sì.
Da un po’ di tempo ho iniziato a usarlo anch’io.
Con attenzione.
“Sì” quando voglio parlare ancora.
“Sì, sì” quando ho finito.
Funziona benissimo.
L’altro capisce subito.
O almeno…
smette di chiedere.
Capito?
29 marzo 2026
Capito? - "Era sottinteso."
“Era sottinteso.”
Questa frase arriva sempre dopo.
Mai prima.
Prima non c’è niente.
Tutto liscio.
Chiaro.
Semplice.
Poi succede qualcosa.
E improvvisamente…
era sottinteso.
Io il sottinteso non lo vedo.
Non perché non voglia.
Non mi compare proprio.
Se non me lo dici,
per me non esiste.
“Ma era sottinteso che dovevi avvisare.”
Da cosa.
Da dove si capiva.
C’era un segnale?
Un simbolo?
Una legenda?
No.
Era nell’aria.
L’aria è complicata.
Contiene troppe cose.
Una volta mi hanno detto:
“Ma si capiva.”
Da cosa.
Dallo sguardo.
Io gli sguardi li uso per capire se uno mi guarda.
Non per leggere le istruzioni.
“Era sottinteso” è comodo.
Perché non si può verificare.
Non puoi tornare indietro e dire:
“Fammi vedere il punto preciso.”
Non c’è.
È come una nota a piè di pagina…
che non è mai stata scritta.
E però cambia tutto.
Se qualcosa va bene,
non serviva dirlo.
Se va male,
era sottinteso.
È una frase che corregge il passato.
Lo sistema.
Lo rende coerente.
A posteriori.
Ho provato a usarla anch’io.
“Ah ma era sottinteso.”
Silenzio.
“Cosa?”
Non funziona se la dici tu.
Funziona solo se la subisci.
Perché per dirla bene
devi avere una posizione di vantaggio.
Devi essere quello che “lo sapeva”.
Io di solito sono quello che
lo scopre dopo.
Adesso ho trovato un metodo.
Quando qualcuno dice:
“Era sottinteso…”
io annuisco.
Non discuto.
Non chiedo.
Prendo atto.
E aggiungo:
“Chiaro.”
Che non vuol dire niente.
Ma sembra che abbia inteso.
Capito?
5 aprile 2026
Capito? - "Non cambia niente"
“Non cambia niente.”
Questa frase non descrive la realtà.
La prepara per essere modificata.
“Guarda, non cambia niente…”
E subito dopo cambia qualcosa.
Sempre.
All’inizio è un dettaglio.
Un orario spostato.
Un posto diverso.
Una cosa da fare in più.
Niente di grave.
“È solo un attimo.”
“È solo una cosa veloce.”
“Non cambia niente.”
Infatti.
Parti da una situazione semplice.
Lineare.
Poi entra il “non cambia niente”
e la situazione diventa…
leggermente diversa.
Non abbastanza da fermarti.
Ma abbastanza da accorgertene.
Il punto è che non puoi opporti.
Perché ti hanno già detto
che "non cambia niente".
Se reagisci, sembri esagerato.
“Ma è uguale.”
Direi di no. Forse simile.
Sicuramente non uguale.
Prova ad immaginare il "prima" e il "dopo".
Giusto per capire dove stava questo "niente".
Alla fine avrai due versioni.
Non identiche.
Non incompatibili.
Solo… spostate.
E io finisco di solito sempre nella seconda
senza accorgermene.
La cosa interessante è che
“non cambia niente”
non è una garanzia.
È un invito a non fare troppe domande.
A seguire.
Se accetti, funziona.
Se analizzi, non va bene.
Adesso quando lo sento
non controllo più il “niente”.
Guardo cosa cambia.
E di solito cambia poco.
Ma cambia.
Quel tanto che basta
per non poter tornare indietro.
Capito?
11 aprile 2026