CAPITO?
I testi dei monologhi. Frasi quotidiane, viste da un’altra angolazione.
Leggili in due minuti. Ti restano addosso più a lungo.
COS'É "CAPITO?"
É la versione scritta dei monologhi.
Ogni testo parte da una frase che tutti dicono.
Non è legato ai libri pubblicati. È un progetto a sé.
Testi brevi, lettura rapida.
Un’idea chiara per volta.
Parole comuni, significati diversi.
MONOLOGHI
Apri un titolo e leggi. Se ti colpisce, condividilo.
Capito? - "Poi vediamo."
“Poi vediamo.”
Io questa frase la considero un impegno.
Non definitivo, certo.
Ma nemmeno aria.
“Poi vediamo” vuol dire che poi, a un certo punto,
qualcuno vede qualcosa.
Non è un sì.
Non è un no.
È una cosa sospesa.
Che però esiste.
Se non esistesse, non la diresti.
“Ci vediamo stasera?”
“Poi vediamo.”
Perfetto.
Io non mi preparo, ma neanche disdico.
Resto disponibile.
Mentalmente presente.
Fisicamente neutro.
Alle sette meno dieci scrivo:
“Allora?”
Non per pressione.
Per chiarezza.
Risposta:
“Eh… avevamo detto poi vediamo.”
Sì.
Ed è esattamente quello che sto facendo.
Sto vedendo.
Aspetto.
Alle otto scrivo:
“Dimmi pure.”
Che è una frase educata.
Serve a dire: sono ancora qui,
senza dire sono ancora qui.
Visualizzato.
Alle nove mi arriva:
“Pensavo fosse sottinteso di no.”
Sottinteso da chi.
Io col sottinteso ho un rapporto complicato.
Perché il sottinteso funziona solo
se tutti sottintendono la stessa cosa.
E non succede mai.
Il giorno dopo chiedo.
Tranquillo.
Normale.
“Quando dici poi vediamo… cosa intendi?”
Risposta:
“Eh, poi vediamo.”
Esatto.
Quindi lo sai anche tu che non vuol dire niente.
A quel punto provo a usarla anch’io.
“Mi mandi quel file oggi?”
“Poi vediamo.”
Silenzio.
“Ok ma… più o meno quando?”
Ecco.
Adesso “poi vediamo” non va più bene.
Adesso crea disagio.
“Se non riesci dimmelo.”
Ma io riesco.
Poi.
La verità è che “poi vediamo” serve solo a una cosa:
non deludere subito.
Deludere dopo è più elegante.
È meno diretto.
Sembra quasi un errore del tempo.
Adesso quando me lo dicono annuisco.
Sorrido.
E rispondo:
“Va bene. Poi vediamo.”
Che non chiarisce niente.
Ma chiude tutto.
Capito?
9 febbraio 2026
Capito? - "Un attimo."
“Un attimo.”
Questa frase non misura il tempo.
Misura il grado di importanza.
Se mi dici “un attimo”
vuol dire che non sono la cosa principale.
Ma neanche una cosa da ignorare.
Sono lì.
In mezzo.
“Un attimo” è una specie di parcheggio.
Io resto parcheggiato molto spesso.
Tipo quando qualcuno mi dice:
“Arrivo subito.”
Subito non arriva mai.
Arriva dopo qualcos’altro.
Io lo so.
Però faccio finta di niente.
Perché se fai notare che “subito” non è subito,
diventi uno che prende le parole troppo sul serio.
E nessuno vuole essere quello.
Il problema dell’attimo è che non ha forma.
Non sai quando inizia.
Non sai quando finisce.
Può essere breve.
Può essere largo.
Ci sono attimi che contengono:
-
una telefonata
-
un caffè
-
un’altra persona
-
a volte, un’intera giornata
Tu non lo sai.
Lo scopri vivendo.
Una volta ho provato a chiedere:
“Un attimo… quanto?”
Risposta:
“Eh, dipende.”
Da cosa?
Dalla mia pazienza.
In certi contesti l’attimo è infinito.
In altri è immediato.
Se sei tu a dire “un attimo”,
è sempre legittimo.
Se lo subisci, sei esagerato.
È una parola a senso unico.
Alla fine ho capito una cosa:
quando qualcuno mi dice “un attimo”,
non mi sta chiedendo tempo.
Mi sta chiedendo di non disturbarlo.
Che va benissimo.
Basta dirlo.
Ma “un attimo” suona meglio.
È educato.
Non ferisce.
Ti lascia lì.
Con la sensazione che, tecnicamente,
non stia succedendo niente.
E invece sta succedendo tutto altrove.
Capito?
16 febbraio 2026
Capito? - "Fai tu."
“Fai tu.”
Questa non è una frase.
È una rinuncia preventiva.
Quando qualcuno dice “fai tu”,
non sta lasciando libertà.
Sta solo evitando di scegliere.
E la cosa interessante è che la scelta rimane comunque.
Solo che adesso è tua.
“Dove andiamo?”
“Fai tu.”
Ok.
Io scelgo.
Scelgo una cosa normale.
Sempre normale.
“Va bene lì.”
Silenzio.
Non entusiasmo.
Non dissenso.
Solo silenzio.
Che è già una risposta.
Allora chiedo:
“Va bene?”
“Eh… sì.”
Quel sì lì non è un sì.
È un vediamo come va a finire.
A quel punto io sono responsabile di tutto.
Se è bello, era scontato.
Se è brutto, era evitabile.
“Magari potevamo fare un’altra cosa.”
Certo.
Potevamo.
Se qualcuno l’avesse detta.
Il bello di “fai tu” è che funziona solo dopo.
Prima non dice niente.
Dopo spiega tutto.
È una frase retroattiva.
La trovi ovunque.
In ufficio:
“Imposta tu.”
“Gestisci tu.”
“Decidi tu.”
Poi succede qualcosa.
“Eh ma io intendevo un’altra cosa.”
Certo.
Internamente.
“Fai tu” non vuol dire non mi importa.
Vuol dire se va male, non è colpa mia.
Io l’ho capito tardi.
Quando ho provato a usarla anch’io.
“Come vuoi fare?”
“Fai tu.”
E dall’altra parte:
“No no, dimmi tu.”
E lì restiamo fermi.
Tutti e due.
Perché nessuno voleva decidere.
Ma tutti volevano che fosse deciso.
Alla fine qualcuno parla.
Di solito quello più stanco.
Da quel giorno ho imparato una cosa.
Quando sento “fai tu”,
io non scelgo più.
Rispondo:
“Come preferisci.”
Che è uguale.
Ma scarica meglio.
Capito?
23 febbraio 2026
Capito? - “Come vuoi.”
“Come vuoi.”
È una frase educata.
Sembra morbida.
Ha un tono che non fa rumore.
Il problema è che non significa mai la stessa cosa.
Se la dici tu, stai concedendo spazio.
Se la ricevi, stai entrando in un territorio minato.
“Prendiamo la macchina o andiamo a piedi?”
“Come vuoi.”
Io scelgo la macchina.
Si sale.
Silenzio.
Dopo trenta secondi:
“A piedi si stava meglio.”
Ecco.
Non era un “come vuoi”.
Era un test.
La cosa curiosa è che nessuno ti avverte.
Non c’è un manuale.
Tu devi intuire che “come vuoi” contiene un’opinione nascosta.
A volte è una resa.
A volte è una trappola.
A volte è solo stanchezza.
Ma non lo sai prima.
Una volta ho provato a chiedere:
“Lo dici perché ti va bene o perché non vuoi discutere?”
Mi hanno guardato come se avessi complicato tutto.
“Ma no, fai come vuoi.”
E siamo punto e a capo.
“Come vuoi” è una frase che si attiva dopo.
Funziona al futuro imperfetto.
Nel momento in cui la senti, è neutra.
Dopo diventa interpretazione.
Se la cosa va bene, era sincera.
Se va male, non hai capito.
E tu resti lì, a rivedere mentalmente la scena.
Il tono.
La pausa.
Lo sguardo.
Per capire se dentro quel “come vuoi”
c’era un avviso.
La cosa più interessante è che non puoi nemmeno arrabbiarti.
Perché tecnicamente ti hanno dato libertà.
È elegante.
Pulito.
Imprendibile.
Allora ho iniziato a fare una cosa diversa.
Quando qualcuno mi dice “come vuoi”,
io rispondo:
“No, dimmelo tu.”
E lì succede qualcosa.
Un leggero fastidio.
Una micro-esitazione.
Perché adesso la responsabilità torna indietro.
E spesso arriva una risposta vera.
Non lunga.
Non articolata.
Ma vera.
Da quel momento ho capito che “come vuoi”
non è una soluzione.
È un modo per non esporsi.
E io, ormai, preferisco le cose dette male
alle cose non dette bene.
Capito?
01 marzo 2026
Capito? - "Dopo."
“Dopo.”
È una parola tranquilla.
Non dice quando.
Dice solo che "adesso no".
“Ne parliamo dopo.”
“Lo facciamo dopo.”
“Ti richiamo dopo.”
“Dopo” ha sempre un tono ragionevole.
Nessuno discute con il dopo.
Se qualcuno dicesse “mai”, sarebbe chiaro.
“Dopo” invece resta aperto.
Sembra quasi una promessa.
Il problema è che il dopo non arriva mai da solo.
Ha sempre bisogno di qualcuno che lo va"da a prendere.
Se nessuno lo fa, resta lì.
Come un oggetto dimenticato.
Una volta ho provato a seguire un “dopo”.
“Passo dopo.”
Me l’hanno detto a mezzogiorno.
Alle tre ero ancora curioso.
Alle sei ho capito che il dopo era già passato.
Solo che io non ero stato invitato.
Il giorno seguente ho chiesto:
“Ma ieri?”
“Ah sì, poi abbiamo fatto.”
Abbiamo.
Io non ero dentro quell’abbiamo.
“Dopo” ha questa particolarità:
quando arriva, cambia forma.
Diventa:
“alla fine”,
“a un certo punto”,
“ieri”.
Non resta mai “dopo”.
In ufficio funziona benissimo.
“Guardo dopo.”
“Te lo mando dopo.”
“Ci pensiamo dopo.”
E la giornata si riempie di "dopo".
Uno sopra l’altro.
Verso sera qualcuno chiede:
“Ma quella cosa?”
E la risposta è sempre sorprendente:
“Eh, è rimasta indietro.”
Indietro rispetto a cosa?
Al dopo precedente.
Da un po’ di tempo ho cambiato strategia.
Quando sento “dopo”,
non immagino più niente.
Non un orario.
Non un momento.
Nemmeno una giornata.
Penso solo che quella cosa
non sta succedendo.
Se poi succede davvero,
è una sorpresa.
E le sorprese, di solito,
sono più piacevoli delle attese.
Capito?
11 marzo 2026
Capito? - "Tranquillo."
“Tranquillo.”
È una parola che arriva sempre prima di qualcosa che tranquillo non è.
“Tranquillo, facciamo presto.”
“Tranquillo, è una cosa veloce.”
“Tranquillo, non cambia niente.”
Quando qualcuno dice “tranquillo”, di solito ha già deciso per tutti.
Non chiede. Rassicura.
La rassicurazione è curiosa.
Funziona solo se nessuno la verifica.
“Tranquillo, troviamo parcheggio.”
E tu inizi a girare.
Giro largo.
Secondo giro.
Terzo giro.
A quel punto non puoi più dire niente.
Perché eri tranquillo.
Oppure:
“Tranquillo, ho capito.”
Questa è la più pericolosa.
Perché se uno ha capito davvero,
non ha bisogno di dirlo.
Ma quando lo dice,
vuol dire che la spiegazione è finita
prima della comprensione.
Il bello di “tranquillo”
è che si difende da solo.
Se qualcosa va storto,
la frase resta comunque valida.
“Tranquillo” non promette il risultato.
Promette l’atteggiamento.
È una parola di clima,
non di contenuto.
Una volta ho provato a usarla anch’io.
“Tranquillo.”
L’ho detto con calma.
Con convinzione.
Dall’altra parte mi hanno risposto:
“Perché?”
Non avevo una risposta.
Perché “tranquillo” funziona meglio
quando lo dice qualcun altro.
Se lo dici tu,
sembra che stai nascondendo qualcosa.
Da allora ho cambiato metodo.
Quando qualcuno mi dice “tranquillo”,
io non mi tranquillizzo.
Annuisco.
E aspetto di vedere
quanto durerà.
Capito?
16 marzo 2026
Capito? - "Ci sentiamo."
“Ci sentiamo.”
Non è un saluto.
È un rinvio senza data.
Arriva sempre alla fine di una chiacchierata.
Quando non c’è più niente da dire,
ma non vuoi chiudere realmente la situazione.
“Dai, ci sentiamo.”
“Certo, ci sentiamo più tardi.”
Nessuno dei due ha intenzione di sentire l’altro.
Entrambi vogliono fare bella figura.
“Ci sentiamo” serve a questo.
A non risultare definitivi.
Perché “a presto” è un po' troppo impegnativo.
“Ci sentiamo” invece no.
Vuol dire:
- tra un’ora
- tra una settimana
- mai
Dipende da chi lo dice e da chi lo ascolta.
Io, per esempio, ci spero sempre e aspetto.
Aspetto...
Nessuno chiama.
Perché dovevamo sentirci.
Non era però specificato come.
Messaggio?
Telefonata?
Un incontro casuale?
Non c’era scritto.
Ad un certo punto, allora, scrivo io:
“Ciao, come stai?”
E la risposta è sempre uguale:
“Mah ciao! É da un po’ che non ci sentiamo.”
Già.
Ma non è quello il punto.
“Ci sentiamo” è una frase che funziona meglio
se nessuno la usa davvero.
Se uno dei due prova a renderla concreta,
qualcosa non funziona.
Diventa:
“Perché mi scrivi?”
“C’è qualcosa che non va?”
No.
Sto solo applicando la frase; CI SENTIAMO.
Col tempo ho capito che “ci sentiamo”
non riguarda il futuro.
Riguarda il passato.
Serve a chiudere bene quello che c’è stato,
senza impegnarsi su quello che verrà.
Adesso quando sento "ci sentiamo",
non lo prendo come un accordo.
Lo considero un modo elegante
per non sparire di colpo.
E in effetti funziona.
Perché quando non ci sentiamo più,
nessuno può dire che non era previsto.
Capito?
21 marzo 2026
Capito? - "Sì. Sì."
Due sì.
Uno solo non basta.
Il primo sì apre.
Il secondo chiude.
“Sì, sì” è una risposta completa.
Non richiede altro.
Non invita a proseguire.
“Domani mi mandi tutto?”
“Sì, sì.”
Fine.
Non c’è spazio per:
“a che ora?”
“in che formato?”
“sei sicuro?”
Perché con due sì
sembra tutto già risolto.
Il problema è che “sì, sì”
non conferma niente.
Riduce solo la conversazione.
È una scorciatoia.
Se dici solo “sì”,
può nascere un dubbio.
“Sì, sì” invece è definitivo.
Talmente definitivo
che non lo puoi più toccare.
Una volta ho provato a chiedere:
“Ma quando hai detto sì, sì…
era un sì normale o un sì, sì?”
Mi hanno guardato male.
Perché nessuno distingue.
Però tutti capiscono.
Il primo sì è per te.
Il secondo è per farla finita.
E si sente.
“Sì, sì” al telefono
è diverso da “sì, sì” dal vivo.
Dal vivo c’è lo sguardo.
Al telefono resta solo la doppia conferma.
Che però non conferma.
È come firmare un documento
senza leggerlo.
Anzi, due firme.
La cosa interessante è che
non puoi neanche contestarlo.
“Ma avevi detto sì, sì.”
“Certo.”
E ha ragione.
Ha detto sì, sì.
Non ha detto quando, come, perché.
Ha solo detto che…
sì.
Da un po’ di tempo ho iniziato a usarlo anch’io.
Con attenzione.
“Sì” quando voglio parlare ancora.
“Sì, sì” quando ho finito.
Funziona benissimo.
L’altro capisce subito.
O almeno…
smette di chiedere.
Capito?
29 marzo 2026
Capito? - "Era sottinteso."
“Era sottinteso.”
Questa frase arriva sempre dopo.
Mai prima.
Prima non c’è niente.
Tutto liscio.
Chiaro.
Semplice.
Poi succede qualcosa.
E improvvisamente…
era sottinteso.
Io il sottinteso non lo vedo.
Non perché non voglia.
Non mi compare proprio.
Se non me lo dici,
per me non esiste.
“Ma era sottinteso che dovevi avvisare.”
Da cosa.
Da dove si capiva.
C’era un segnale?
Un simbolo?
Una legenda?
No.
Era nell’aria.
L’aria è complicata.
Contiene troppe cose.
Una volta mi hanno detto:
“Ma si capiva.”
Da cosa.
Dallo sguardo.
Io gli sguardi li uso per capire se uno mi guarda.
Non per leggere le istruzioni.
“Era sottinteso” è comodo.
Perché non si può verificare.
Non puoi tornare indietro e dire:
“Fammi vedere il punto preciso.”
Non c’è.
È come una nota a piè di pagina…
che non è mai stata scritta.
E però cambia tutto.
Se qualcosa va bene,
non serviva dirlo.
Se va male,
era sottinteso.
È una frase che corregge il passato.
Lo sistema.
Lo rende coerente.
A posteriori.
Ho provato a usarla anch’io.
“Ah ma era sottinteso.”
Silenzio.
“Cosa?”
Non funziona se la dici tu.
Funziona solo se la subisci.
Perché per dirla bene
devi avere una posizione di vantaggio.
Devi essere quello che “lo sapeva”.
Io di solito sono quello che
lo scopre dopo.
Adesso ho trovato un metodo.
Quando qualcuno dice:
“Era sottinteso…”
io annuisco.
Non discuto.
Non chiedo.
Prendo atto.
E aggiungo:
“Chiaro.”
Che non vuol dire niente.
Ma sembra che abbia inteso.
Capito?
5 aprile 2026
Capito? - "Non cambia niente"
“Non cambia niente.”
Questa frase non descrive la realtà.
La prepara per essere modificata.
“Guarda, non cambia niente…”
E subito dopo cambia qualcosa.
Sempre.
All’inizio è un dettaglio.
Un orario spostato.
Un posto diverso.
Una cosa da fare in più.
Niente di grave.
“È solo un attimo.”
“È solo una cosa veloce.”
“Non cambia niente.”
Infatti.
Parti da una situazione semplice.
Lineare.
Poi entra il “non cambia niente”
e la situazione diventa…
leggermente diversa.
Non abbastanza da fermarti.
Ma abbastanza da accorgertene.
Il punto è che non puoi opporti.
Perché ti hanno già detto
che "non cambia niente".
Se reagisci, sembri esagerato.
“Ma è uguale.”
Direi di no. Forse simile.
Sicuramente non uguale.
Prova ad immaginare il "prima" e il "dopo".
Giusto per capire dove stava questo "niente".
Alla fine avrai due versioni.
Non identiche.
Non incompatibili.
Solo… spostate.
E io finisco di solito sempre nella seconda
senza accorgermene.
La cosa interessante è che
“non cambia niente”
non è una garanzia.
È un invito a non fare troppe domande.
A seguire.
Se accetti, funziona.
Se analizzi, non va bene.
Adesso quando lo sento
non controllo più il “niente”.
Guardo cosa cambia.
E di solito cambia poco.
Ma cambia.
Quel tanto che basta
per non poter tornare indietro.
Capito?
11 aprile 2026
Capito? - "In teoria"
“In teoria.”
È una frase perfetta.
Funziona sempre.
Salva da molte situazioni.
Perché “in teoria” non riguarda la realtà.
“In teoria arrivo.”
“In teoria è pronto.”
“In teoria funziona.”
In teoria.
Io la trovo una parola onesta.
Perché ti avvisa.
Ti dice:
guarda che quello che sto dicendo
non è detto che succeda.
Però lo dico lo stesso.
“In teoria” è una specie di anticipo di scuse.
Elegante.
Pulito.
Tu ascolti…
e decidi se crederci.
Il problema è che uno ci crede sempre.
“In teoria partiamo alle otto.”
Tu alle otto sei pronto.
Alle otto e dieci sei ancora pronto.
Alle otto e venti inizi a rivalutare la teoria.
Alle nove diventa filosofia.
“Cos’è davvero partire?”
“In teoria” sposta tutto di lato.
Non nega.
Non conferma.
Tiene aperta l'ipotesi.
È una frase che non impegna.
Qualunque cosa succeda dopo,
lei resta corretta.
“Ma avevi detto che arrivavi.”
“Sì… in teoria.”
E ha ragione.
In teoria era perfetto.
È la pratica che ha esagerato.
Ho provato a eliminarla.
A dire le cose senza teoria.
“Arrivo.”
Punto.
Mi hanno guardato male.
Troppo diretto.
Troppo netto.
Quasi aggressivo.
Come se stessi promettendo qualcosa.
Allora ho capito che “in teoria”
non serve a spiegare.
Serve a convivere.
È una distanza minima
tra quello che dici
e quello che succederà.
Quanto basta
per non dover mai dire
che hai sbagliato.
“In teoria ci sono.”
E dentro quella frase
c’è già tutto.
Capito?
20 aprile 2026
Capito? - "Poi ne parliamo"
“Poi ne parliamo.”
Questa frase non apre una conversazione.
La rimanda in un posto dove non arriva mai.
“Poi ne parliamo con calma.”
“Poi ne parliamo meglio.”
“Poi ne parliamo dopo.”
Sempre “poi ne parliamo”.
Mai parliamo.
È una promessa sospesa.
Non dice quando.
Non dice come.
Dice solo che, prima o poi, succederà.
E quel “poi” non ha coordinate.
Io all’inizio ci credevo.
Pensavo che “poi ne parliamo” fosse un appuntamento senza data.
Una cosa da recuperare.
Allora aspettavo il momento giusto.
Che non arriva mai da solo.
Perché “poi ne parliamo” funziona così:
se non lo richiami, sparisce.
Se lo richiami, disturba.
Una volta ho provato.
“Guarda che dovevamo parlarne.”
Silenzio.
“Ah sì… vero.”
Vero.
“Quando vuoi.”
Quando vuoi è perfetto.
Perché riporta tutto al punto di partenza.
Nessuno decide.
Tutti disponibili.
È una conversazione teorica.
Il bello è che “poi ne parliamo” viene usato soprattutto
quando qualcosa è già chiaro.
Solo che dirlo direttamente
creerebbe una reazione.
Allora si rimanda.
Si sposta.
Si rende più gestibile.
“Poi ne parliamo” non è per capire.
È per prendere tempo senza dirlo.
Per dare l’impressione
che la cosa esista ancora.
Che non sia stata evitata.
Che sia lì, da qualche parte.
Io ormai quando lo sento
non immagino più la conversazione.
Non penso ai contenuti.
Non preparo niente.
Prendo nota.
E basta.
Perché ho capito che “poi ne parliamo”
è già il modo in cui se ne parla.
Capito?
27 aprile 2026
Capito? - "Era per dire"
"Era per dire.”
Questa frase arriva quando qualcosa è già successo.
E non si può più ritirare.
Prima c’è la frase.
Normale.
Detta così.
Poi c’è la reazione.
Piccola.
Ma sufficiente.
E subito dopo:
“Ma no… era per dire.”
Io questa cosa la trovo interessante.
Perché se era per dire…
allora cos’era il dire prima.
Una prova.
Un tentativo.
Un’anteprima.
“Era per dire” funziona come il tasto annulla.
Solo che non annulla niente.
La frase resta.
Intera.
Precisa.
Però cambia lo status.
Diventa non vincolante.
“Ma no, era per dire che magari potevi venire.”
Magari.
Quindi prima era deciso,
poi è diventato eventuale.
Tutto in due secondi.
La cosa bella è che non puoi contestarlo.
Perché tecnicamente…
non era serio.
“Era per dire” protegge tutto.
Intenzione, tono, contenuto.
È una copertura totale.
Una volta ho provato a usarla anch’io.
Ho detto una cosa.
Diretta.
Dall’altra parte silenzio.
Allora ho aggiunto:
“No, era per dire.”
E lì ho capito che non funziona sempre.
Perché se la frase è troppo precisa,
non torna indietro.
“Era per dire” funziona solo
quando quello che hai detto
è abbastanza vago.
Se è chiaro, resta.
Adesso quando lo sento
non analizzo più la frase.
Guardo il momento in cui arriva.
Se arriva subito,
era davvero per dire.
Se arriva dopo,
era per sistemare.
E di solito arriva dopo.
Capito?
04 maggio 2026
Capito? - "Vediamo un secondo"
“Vediamo un secondo.”
Questa frase non dura realmente un secondo.
Serve a prendere possesso della situazione.
Quando qualcuno dice “vediamo un secondo”,
non sta guardando.
Sta entrando nell'argomento.
“Vediamo un secondo.”
E si avvicina.
Non è ancora una decisione.
Ma ci sta andando vicino.
Io di solito mi fermo.
Perché quando uno vede "per un secondo",
tu non puoi vedere insieme.
Aspetti.
Lui guarda.
Tocca.
Sposta.
Quel “vediamo” si allunga.
Prende spazio.
“Vediamo un secondo” è solo l’inizio.
Poi diventa:
“aspetta”,
“fammi capire”,
“un attimo”.
E il secondo sparisce.
A quel punto la cosa non è più tua.
È diventata condivisa.
Che è peggio.
Perché prima decidevi tu.
Adesso si valuta.
“Guarda, è già a posto.”
“No, aspetta. Vediamo un secondo.”
Ha visto una cosa che io non vedevo.
Poi un’altra.
Poi un dettaglio.
Alla fine non era più come prima.
Era migliorabile.
E quando qualcosa è migliorabile,
non è mai finita.
“Vediamo un secondo” è una frase che non chiude.
Non risolve.
Ma espande.
Fa entrare variabili.
Ipotesi.
Alternative.
E tutto quello che prima funzionava
inizia a traballare.
Quando qualcuno dice
“vediamo un secondo”…
io mi allontano leggermente.
Così vede meglio.
Capito?
11 maggio 2026
Capito? - "Più o meno."
“Più o meno" è una zona che sta tra il sì e il no,.
“Sei pronto?”
“Più o meno.”
Che vuol dire:
potrei esserlo…
oppure no.
Dipende da cosa succede dopo.
“Più o meno” non chiarisce.
Tiene insieme due versioni.
Quella che dici
e quella che tieni per te.
Io la uso quando non voglio entrare nei dettagli.
Perché i dettagli impegnano troppo.
“Com’è andata?”
“Più o meno.”
Funziona.
L’altro annuisce.
Non approfondisce e si accontenta.
È una risposta autosufficiente.
Chiude senza spiegare.
Ma il bello è che funziona anche al contrario.
Se qualcuno ti dice: “È tutto a posto?”
E tu rispondi: “Più o meno.”
Lui sente quello che vuole.
Se è tranquillo, capisce “più”.
Se è nervoso, capisce “meno”.
Tu nel frattempo non hai detto niente di sbagliato.
“Più o meno” è adattabile.
Si regola da solo.
Una volta ho provato a dire le cose in modo preciso.
“Com’è andata?”
“Male.”
Troppo netto. Troppo definitivo.
Con “più o meno” invece resta spazio per correggere.
Per tornare indietro.
Per non essere preso alla lettera.
È una frase che protegge.
Non protegge te, ma protegge la conversazione.
Usala con attenzione. Non sempre.
Solo quando serve non essere esatti.
Capito?
17 maggio 2026
Capito? - "Ci sta."
“Ci sta.”
Non è una risposta.
È una sistemazione.
La usi quando non vuoi entrare troppo.
Non vuoi dire sì.
Non vuoi dire no.
Vuoi solo… far scorrere.
“Facciamo alle otto?”
“Ci sta.”
Non hai deciso.
Hai evitato di opporsi.
E funziona.
Perché “ci sta” non crea attrito.
Non apre domande.
Non chiede chiarimenti.
Si appoggia.
Io ho iniziato a sentirla sempre più spesso.
Poi ho iniziato a usarla.
All’inizio con attenzione.
Nei punti giusti.
“Ci sta.”
E la conversazione andava avanti.
Senza intoppi.
Senza deviazioni.
Pulita.
Poi ho notato una cosa.
Se dici “ci sta”,
l’altro capisce quello che gli serve.
Non quello che intendi.
“Ci sta” è compatibile con tutto.
Se dopo cambia qualcosa,
non puoi contestare.
Hai già accettato.
Anche se non hai accettato niente.
Una volta mi hanno detto:
“Allora facciamo così, ok?”
Io ho risposto:
“Ci sta.”
Dopo ho scoperto che “così”
non era quello che avevo in mente.
Però ormai…
Ci stava.
La cosa interessante è che
non puoi tornare indietro.
Perché “ci sta” non lascia traccia.
Non definisce.
Non puoi dire:
“Non avevo capito.”
Perché non c’era niente da capire.
Hai solo fatto spazio.
Adesso mi capita di dirlo anche
quando non serve.
“Ci sta.”
A volte chiudo conversazioni con quello.
A volte evito di iniziarle.
È una parola comoda.
Non risolve.
Non complica.
Tiene tutto… in una posizione gestibile.
E alla fine
funziona.
Capito?
26 maggio 2026
Capito? - "Al volo."
“Al volo.”
Questa espressione mi piace.
Perché contiene un'immagine molto precisa.
Uno che passa.
Vede una cosa.
La prende e va via.
Rapido.
Leggero.
Senza conseguenze.
Nella realtà non funziona così.
“Ti rubo un minuto al volo.”
Mai visto.
Nessuno ha mai rubato un minuto.
Se lo rubano, se ne prendono almeno quindici.
E alla fine ti ringraziano pure.
“Dai, una cosa "al volo"... velocissimo.”
Velocissimo rispetto a cosa.
Una volta ho provato a cronometrare un “al volo”.
Per curiosità .
Sette minuti.
Sette.
Che non sono tanti.
Ma non sono neanche un "al volo".
Poi c'è il messaggio: “Ti scrivo al volo.”
E arrivano undici righe.
Con introduzione.
Contesto.
Premessa.
Domanda.
Postilla finale.
Poi c'è la riunione.
“Facciamo un punto al volo.”
Questa è la mia preferita.
Perché un punto dovrebbe essere una cosa piccola.
Un punto.
Invece diventa una linea.
Poi un paragrafo.
Poi qualcuno apre una parentesi.
E da lì non si esce più.
L'aspetto più interessante di “al volo”
è che nessuno lo usa per descrivere qualcosa che è già successo.
Mai sentito dire: “Guarda, abbiamo parlato al volo.”
No.
Lo dici sempre prima.
Come una benedizione.
Una speranza.
Un auspicio.
Serve a tranquillizzare.
A ridurre le aspettative di tempo.
Poi il tempo decide da solo.
“Al volo” mi piace.
Ha un suono efficiente.
Moderno.
Pratico.
L'altro giorno ho detto: “Ti chiedo una cosa al volo.”
Mi hanno risposto: “Dimmi.”
Io mi sono bloccato.
Perché in realtà avevo quattro cose.
Una dipendeva dalla seconda.
La seconda dalla quarta.
La quarta richiedeva una spiegazione.
Alla fine ho detto: “Ne parliamo quando hai due minuti.”
Che è un'altra frase.
Però questa è un'altra storia.
Capito?
31 maggio 2026
Capito? - "Non è un problema."
“Non è un problema.”
Questa frase arriva sempre troppo presto.
Nessuno dice mai:
“Guarda, abbiamo verificato tutto, analizzato la situazione, raccolto i dati... non è un problema.”
No.
Si dice subito.
A caldo.
A volte addirittura prima di sapere qual è il problema.
“Scusa, c'è una cosa.”
“Non è un problema.”
Aspetta.
Fammi almeno finire.
Magari è un problema enorme.
Magari sto per dirti che ho parcheggiato nel lago.
Lasciami una possibilità.
La cosa interessante è che “non è un problema” non serve a descrivere il problema.
Serve a descrivere la persona che lo dice.
Vuol dire:
guarda come sono tranquillo.
È una dichiarazione di carattere.
Una specie di curriculum emotivo.
“Non è un problema.”
Tradotto:
io queste cose le gestisco.
Poi però basta pochissimo.
“Ah, perfetto. Allora lo sistemiamo domani.”
“Domani?”
Ecco.
È comparso il problema.
Era nascosto dietro la frase.
Una volta ho fatto una prova.
Piccola.
Scientifica.
Ogni volta che qualcuno mi diceva:
“Non è un problema.”
Io smettevo di parlare.
Fine.
Nessun dettaglio.
Nessuna spiegazione.
Niente.
E aspettavo.
È incredibile quanto poco duri.
“Non è un problema.”
Pausa.
“Cioè... dipende.”
Ah.
Dipende.
Siamo già a un altro capitolo.
Perché il problema ha una caratteristica molto semplice.
Gli piace essere riconosciuto.
Se fai finta che non esista, insiste.
Come quei parenti che arrivano a una festa e salutano tre volte.
Vuole partecipare.
Vuole essere visto.
Per questo non mi fido di chi dice:
“Non è un problema.”
Mi fido di più di chi dice:
“Potrebbe diventarlo.”
È una frase meno elegante.
Però più precisa.
Adesso quando sento:
“Non è un problema.”
Non mi rilasso.
Non mi preoccupo nemmeno.
Aspetto.
Perché ho notato una cosa.
Se davvero non è un problema...
nessuno sente il bisogno di dirlo.
Capito?
2 settembre 2026
Capito? - "Se riesci."
“Se riesci.”
Questa è una frase molto educata.
Talmente educata che all'inizio non me ne accorgevo.
“Se riesci, mi mandi quel file.”
Certo.
Se riesco.
Sembra una possibilità.
Una libertà.
Una scelta.
Poi passa mezz'ora.
“Ti è arrivato il file?”
Ah.
Quindi dovevo riuscirci.
La cosa interessante di “se riesci” è che non valuta mai la difficoltà.
Non importa cosa ti stanno chiedendo.
Può essere una cosa semplice.
Può essere una traversata.
“Se riesci, dai un'occhiata.”
Un'occhiata a cosa?
A una mail?
A un documento?
A un progetto di quattrocento pagine?
L'occhiata è sempre una.
Il contenuto cambia.
Una volta mi hanno detto:
“Se riesci, fammi sapere.”
E io non ho fatto sapere.
Non per cattiveria.
Per coerenza.
Non ero riuscito.
Dopo due giorni:
“Non hai più detto niente.”
Esatto.
Perché non ero riuscito.
Avevamo firmato un accordo.
Tu avevi detto “se riesci”.
Io non ci sono riuscito.
Fine.
Invece no.
A quanto pare “se riesci” non significa davvero se riesci.
Significa:
riesci.
Ma con gentilezza.
È un ordine che ha fatto un corso di buone maniere.
Per questo è pericoloso.
Perché se qualcuno ti dice:
“Fallo.”
Sai dove sei.
Se ti dice:
“Se riesci...”
entri in una zona grigia.
Una zona dove sembri libero.
Ma non abbastanza da dire di no.
Da qualche tempo ho iniziato a usare anch'io questa frase.
Con moderazione.
“Se riesci.”
Funziona benissimo.
L'altro annuisce.
Accetta.
Si sente rispettato.
Poi ho scoperto una cosa.
Quando la usi, inizi ad aspettarti che l'altro riesca davvero.
Sempre.
E lì ho capito il trucco.
“Se riesci” non serve a dare una possibilità.
Serve a non sembrare quello che non la sta dando.
Capito?
12 settembre 2026
Capito? - "Ci aggiorniamo."
“Ci aggiorniamo.”
Va bene.
Su cosa?
Perché io questa cosa non l’ho mai capita.
“Ci aggiorniamo.”
E finisce lì.
Nessuno stabilisce chi deve aggiornare chi.
Potrei chiamare io.
Potresti chiamare tu.
Potrebbe non chiamare nessuno.
Che infatti è l’opzione più utilizzata.
Una volta, alla fine di una riunione, eravamo in cinque.
Uno si alza e dice:
“Perfetto, allora ci aggiorniamo.”
Tutti:
“Certo.”
“Sì.”
“Assolutamente.”
“Va bene.”
Siamo usciti dalla stanza molto soddisfatti.
Sembrava avessimo deciso qualcosa.
Dopo tre giorni…
niente.
Dopo una settimana…
ancora tutti aggiornati alla riunione precedente.
A un certo punto ho scritto:
“Ci sono aggiornamenti?”
Mi hanno risposto:
“Al momento no.”
E lì ho capito una cosa importante.
Ci eravamo aggiornati.
L’aggiornamento era che non c’erano aggiornamenti.
Che è bellissimo.
È come andare dal benzinaio e sentirsi dire:
“Le confermo che non abbiamo messo benzina.”
Grazie.
Almeno adesso so dove siamo.
“Ci aggiorniamo” ha anche un grande vantaggio:
non ha un responsabile.
Se io dico:
“Ti aggiorno.”
Sono io.
Se dico:
“Mi aggiorni?”
Sei tu.
Ma “ci aggiorniamo”…
siamo noi.
È collettivo.
E quando una cosa è collettiva, io mi tranquillizzo.
Perché difficilmente sarà colpa di una persona sola.
Infatti passa il tempo.
Poi, improvvisamente, qualcuno riappare.
“Ciao! Novità?”
E tu pensi:
No.
Sei tu l’aggiornamento.
Io stavo bene.
Però ormai il processo è partito.
“Guarda, per ora nulla.”
“Ok, allora ci aggiorniamo.”
Di nuovo.
È un sistema chiuso.
Potrebbe andare avanti per anni.
Due persone che non hanno niente da dirsi
ma si tengono costantemente informate del fatto.
Io ho un rapporto che va avanti così da parecchio.
Ogni tanto ci aggiorniamo.
Non so più su cosa.
Ormai ci aggiorniamo su di noi che dobbiamo aggiornarci.
L’ultima volta ho provato a rompere il meccanismo.
Mi dicono:
“Dai, ci aggiorniamo.”
Io:
“Va bene. Chi comincia?”
Silenzio.
Non era prevista questa domanda.
“Mah… il primo che ha novità.”
Ah.
Finalmente una regola.
Sono passati quattro mesi.
Nessuno ha novità.
Però devo dire che siamo molto coerenti.
Siamo tutti perfettamente aggiornati.
Capito?
19 settembre 2026
Capito? - "Non è urgente."
“Non è urgente.”
Quando me lo dicono, io mi rilasso.
È proprio fisico.
Le spalle scendono.
“Quando hai tempo.”
Bellissimo.
Finalmente una cosa che posso fare quando ho tempo.
Il problema è capire quanto tempo ho per avere tempo.
Perché alle dieci del mattino:
“Non è urgente.”
Alle undici e venti:
“Se per caso riesci a guardarlo…”
Alle dodici:
“Sei riuscito a dare un’occhiata?”
No.
Stavo ancora godendo del non urgente.
Alle dodici e quaranta arriva:
“Scusa se insisto…”
E lì capisci che qualcosa è cambiato.
Non sappiamo cosa.
Ma è cambiato.
Alle tredici e dieci:
“Mi servirebbe appena possibile.”
Ecco.
“Appena possibile” è già un altro reparto.
Siamo usciti dalla tranquillità.
Alle quattordici:
“Come siamo messi?”
Male.
Siamo messi che stamattina non era urgente
e adesso mi stai cercando come se avessi tuo figlio.
Però nessuno pronuncia mai la parola urgente.
Quella no.
C’è una dignità da mantenere.
Alle quindici arriva la telefonata.
“Ciao, ti disturbo?”
No.
Ormai fai parte della famiglia.
“Volevo capire se avevi avuto modo…”
Avuto modo.
Mi piace.
Come se il modo fosse passato da casa
e io non avessi aperto.
A quel punto cedo.
Faccio la cosa.
La mando.
Tre minuti dopo:
“Grande, grazie!”
E io, ingenuamente, penso sia finita.
Poi noto che il file non viene aperto.
Un’ora.
Due ore.
Niente.
Il giorno dopo è ancora lì.
Allora chiedo:
“Ma ti serviva?”
“Ah sì sì… poi lo guardo.”
…
Poi lo guardi.
Quindi fammi capire.
Ieri non era urgente.
Poi è diventato urgentissimo
senza diventare urgente.
Io l’ho fatto immediatamente.
E adesso tu…
lo guardi poi.
Da quel giorno, quando mi dicono:
“Non è urgente”,
io chiedo direttamente:
“Perfetto. Per quando è urgente?”
All’inizio ridono.
Poi mi danno una data.
Capito?
27 settembre 2026
Capito? - "Faccio subito."
“Faccio subito.”
A me dà sicurezza.
Perché “subito” è una parola seria.
Non lascia spazio.
Non è “più tardi”.
Non è “appena posso”.
È subito.
Infatti, quando uno mi dice:
“Faccio subito”,
io considero la cosa fatta.
Questo è il mio errore.
Una volta chiedo:
“Mi mandi l’indirizzo?”
“Faccio subito.”
Poso il telefono.
Aspetto.
Niente.
Passano cinque minuti.
Penso: magari lo sta cercando.
Dieci.
Magari è un indirizzo difficile.
Venti.
A quel punto comincio a preoccuparmi per l’indirizzo.
Forse si è trasferito.
Dopo quaranta minuti arriva un messaggio.
Non con l’indirizzo.
“Eccomi.”
Eccomi dove?
Io non ti avevo perso.
Mi serviva una via.
Rispondo:
“L’indirizzo?”
“Oddio! Vero. Faccio subito.”
Di nuovo.
Questa volta però sono preparato.
Non aspetto.
Faccio altro.
Pranzo.
Esco.
Invecchio leggermente.
Due ore dopo:
“Scusami! Giornata assurda.”
E finalmente arriva l’indirizzo.
Era scritto su Google.
Tre secondi.
Lì ho capito che “faccio subito” non indica quando farai una cosa.
Indica quanto ti senti intenzionato a farla nel momento in cui lo dici.
È entusiasmo temporale.
In quell’istante tu vuoi davvero farla subito.
Poi arriva una notifica.
Una telefonata.
Vedi una tazza.
Ti ricordi che devi mettere la lavatrice.
E il subito muore.
Senza testimoni.
Ho iniziato a notarlo anche su di me.
“Porti fuori la spazzatura?”
“Faccio subito.”
E mentre lo dico ci credo.
Sono già quasi fuori.
Mentalmente.
Poi mi siedo un secondo.
Errore.
La spazzatura rimane lì.
Dopo mezz’ora qualcuno chiede:
“Ma non dovevi portarla?”
E io provo perfino stupore.
Perché nella mia testa…
l’avevo quasi fatto.
Adesso ho eliminato “faccio subito”.
Dico:
“Lo faccio alle quattro.”
È molto meno elegante.
Ma alle quattro succede una cosa straordinaria.
Sono le quattro.
E non l’ho fatto.
Però almeno adesso…
so esattamente da quanto sono in ritardo.
Capito?
3 ottobre 2026