CAPITO?
I testi dei monologhi. Frasi quotidiane, viste da un’altra angolazione.
Leggili in due minuti. Ti restano addosso più a lungo.
COS'É "CAPITO?"
É la versione scritta dei monologhi.
Ogni testo parte da una frase che tutti dicono.
Non è legato ai libri pubblicati. È un progetto a sé.
Testi brevi, lettura rapida.
Un’idea chiara per volta.
Parole comuni, significati diversi.
MONOLOGHI
Apri un titolo e leggi. Se ti colpisce, condividilo.
Capito? - "Fai tu."
“Fai tu.”
Questa non è una frase.
È una rinuncia preventiva.
Quando qualcuno dice “fai tu”,
non sta lasciando libertà.
Sta solo evitando di scegliere.
E la cosa interessante è che la scelta rimane comunque.
Solo che adesso è tua.
“Dove andiamo?”
“Fai tu.”
Ok.
Io scelgo.
Scelgo una cosa normale.
Sempre normale.
“Va bene lì.”
Silenzio.
Non entusiasmo.
Non dissenso.
Solo silenzio.
Che è già una risposta.
Allora chiedo:
“Va bene?”
“Eh… sì.”
Quel sì lì non è un sì.
È un vediamo come va a finire.
A quel punto io sono responsabile di tutto.
Se è bello, era scontato.
Se è brutto, era evitabile.
“Magari potevamo fare un’altra cosa.”
Certo.
Potevamo.
Se qualcuno l’avesse detta.
Il bello di “fai tu” è che funziona solo dopo.
Prima non dice niente.
Dopo spiega tutto.
È una frase retroattiva.
La trovi ovunque.
In ufficio:
“Imposta tu.”
“Gestisci tu.”
“Decidi tu.”
Poi succede qualcosa.
“Eh ma io intendevo un’altra cosa.”
Certo.
Internamente.
“Fai tu” non vuol dire non mi importa.
Vuol dire se va male, non è colpa mia.
Io l’ho capito tardi.
Quando ho provato a usarla anch’io.
“Come vuoi fare?”
“Fai tu.”
E dall’altra parte:
“No no, dimmi tu.”
E lì restiamo fermi.
Tutti e due.
Perché nessuno voleva decidere.
Ma tutti volevano che fosse deciso.
Alla fine qualcuno parla.
Di solito quello più stanco.
Da quel giorno ho imparato una cosa.
Quando sento “fai tu”,
io non scelgo più.
Rispondo:
“Come preferisci.”
Che è uguale.
Ma scarica meglio.
Capito?
23 febbraio 2026
Capito? - "Un attimo."
“Un attimo.”
Questa frase non misura il tempo.
Misura il grado di importanza.
Se mi dici “un attimo”
vuol dire che non sono la cosa principale.
Ma neanche una cosa da ignorare.
Sono lì.
In mezzo.
“Un attimo” è una specie di parcheggio.
Io resto parcheggiato molto spesso.
Tipo quando qualcuno mi dice:
“Arrivo subito.”
Subito non arriva mai.
Arriva dopo qualcos’altro.
Io lo so.
Però faccio finta di niente.
Perché se fai notare che “subito” non è subito,
diventi uno che prende le parole troppo sul serio.
E nessuno vuole essere quello.
Il problema dell’attimo è che non ha forma.
Non sai quando inizia.
Non sai quando finisce.
Può essere breve.
Può essere largo.
Ci sono attimi che contengono:
-
una telefonata
-
un caffè
-
un’altra persona
-
a volte, un’intera giornata
Tu non lo sai.
Lo scopri vivendo.
Una volta ho provato a chiedere:
“Un attimo… quanto?”
Risposta:
“Eh, dipende.”
Da cosa?
Dalla mia pazienza.
In certi contesti l’attimo è infinito.
In altri è immediato.
Se sei tu a dire “un attimo”,
è sempre legittimo.
Se lo subisci, sei esagerato.
È una parola a senso unico.
Alla fine ho capito una cosa:
quando qualcuno mi dice “un attimo”,
non mi sta chiedendo tempo.
Mi sta chiedendo di non disturbarlo.
Che va benissimo.
Basta dirlo.
Ma “un attimo” suona meglio.
È educato.
Non ferisce.
Ti lascia lì.
Con la sensazione che, tecnicamente,
non stia succedendo niente.
E invece sta succedendo tutto altrove.
Capito?
16 febbraio 2026
Capito? - "Poi vediamo."
“Poi vediamo.”
Io questa frase la considero un impegno.
Non definitivo, certo.
Ma nemmeno aria.
“Poi vediamo” vuol dire che poi, a un certo punto,
qualcuno vede qualcosa.
Non è un sì.
Non è un no.
È una cosa sospesa.
Che però esiste.
Se non esistesse, non la diresti.
“Ci vediamo stasera?”
“Poi vediamo.”
Perfetto.
Io non mi preparo, ma neanche disdico.
Resto disponibile.
Mentalmente presente.
Fisicamente neutro.
Alle sette meno dieci scrivo:
“Allora?”
Non per pressione.
Per chiarezza.
Risposta:
“Eh… avevamo detto poi vediamo.”
Sì.
Ed è esattamente quello che sto facendo.
Sto vedendo.
Aspetto.
Alle otto scrivo:
“Dimmi pure.”
Che è una frase educata.
Serve a dire: sono ancora qui,
senza dire sono ancora qui.
Visualizzato.
Alle nove mi arriva:
“Pensavo fosse sottinteso di no.”
Sottinteso da chi.
Io col sottinteso ho un rapporto complicato.
Perché il sottinteso funziona solo
se tutti sottintendono la stessa cosa.
E non succede mai.
Il giorno dopo chiedo.
Tranquillo.
Normale.
“Quando dici poi vediamo… cosa intendi?”
Risposta:
“Eh, poi vediamo.”
Esatto.
Quindi lo sai anche tu che non vuol dire niente.
A quel punto provo a usarla anch’io.
“Mi mandi quel file oggi?”
“Poi vediamo.”
Silenzio.
“Ok ma… più o meno quando?”
Ecco.
Adesso “poi vediamo” non va più bene.
Adesso crea disagio.
“Se non riesci dimmelo.”
Ma io riesco.
Poi.
La verità è che “poi vediamo” serve solo a una cosa:
non deludere subito.
Deludere dopo è più elegante.
È meno diretto.
Sembra quasi un errore del tempo.
Adesso quando me lo dicono annuisco.
Sorrido.
E rispondo:
“Va bene. Poi vediamo.”
Che non chiarisce niente.
Ma chiude tutto.
Capito?
9 febbraio 2026