Il nemico è tra noi
Alla corte del Conte Rosso

Non è una guerra nel fango.

È una guerra di carta.

Bastano due scene per capire se ti prende.

Cos'è... in una frase

Amedeo VII governa una corte che scricchiola.

Qualcuno falsifica registri, muove denaro, avvelena messaggeri.

La rete ha un nome: Vertum. Il nemico non arriva da fuori. È già dentro.

Tre righe che fanno decidere

Entri in un palazzo dove ogni parola ha un prezzo e ogni silenzio è una scelta.

Se ti piacciono intrighi politici, indagini, segreti di corte e tensione costante.

Qui le prove non sono impronte nel fango. Sono sigilli, inchiostro verde e conti che non tornano.

Vertum non è un demone. È un sistema di passaggi.

Le prime pagine

Qui trovi l’estratto. Se dopo due scene non ti prende, hai ragione tu.

IL TAGLIO NELLA NOTTE

 La campana della torre non aveva ancora battuto il terzo quarto quando un fruscio interruppe il respiro regolare del castello. Il vento che scendeva dalla Valle di Susa portava odore di legna bruciata e stalla, eppure Amedeo percepì qualcosa di diverso, un suono sottile, come di lama che incide il tessuto. Dalla vetrata del suo alloggiamento vide una torcia tremolare sul cammino di ronda. La fiamma descrisse un arco improvviso, cadde, e rimase soltanto l’oscurità.

Mise il suo mantello e uscì. Non servivano scorte né paggi: aveva imparato da suo padre che un conte deve conoscere i rumori del proprio castello meglio di chiunque altro. Attraversò il corridoio, le pietre consumate gli restituivano passi troppo rumorosi. Gli parve di sentire il galoppo del cuore contro le pareti di roccia.

Giunto al cortile, si piegò nell’ombra del portico. Una figura era a terra, immobile. Un uomo con la cotta di maglia della guardia personale. Amedeo lo riconobbe subito: Pietro, veterano che lo aveva servito sin dall’adolescenza. Gli occhi vitrei fissavano il cielo come in attesa di una risposta.

Il taglio al fianco non era frutto di un duello. Preciso, chirurgico. L’assassino aveva mirato a non dare scampo. Accanto al corpo, un frammento di cera sporco di polvere. Amedeo lo raccolse: mostrava la traccia incompleta di un sigillo, una lettera incisa che sembrava parte di un monogramma.

Un rumore di passi lo costrinse a celare l’oggetto nel guanto. Un servitore avanzava con aria affannata, portando una lanterna. Non apparteneva alla sua guardia: la livrea portava i colori della casa di Alessandro, cugino e consigliere.

«Signore, ho visto la torcia cadere…» disse il giovane, abbassando lo sguardo quando riconobbe il conte.

Amedeo studiò la scena. L’uomo tremava, e non era soltanto paura. Sulle dita rimaneva traccia d’inchiostro verde, il colore usato per annotazioni riservate della cancelleria. Nessun garzone avrebbe dovuto maneggiarlo. Un particolare minuscolo, ma sufficiente a insinuare il dubbio.

Non disse nulla. Si limitò a stringere il mantello sul petto. «Chiama i compagni di ronda, nessuno entri o esca fino a mio ordine.»

Il ragazzo annuì e corse via.

Amedeo tornò a osservare Pietro. Non c’era onore nella sua morte. Chi aveva colpito non cercava gloria, soltanto silenzio.

Si inginocchiò, passò la mano sulla fronte fredda del soldato. «Perdonami, amico mio. Non posso gridare la verità stanotte.»

Sapeva che, se la notizia si fosse diffusa senza prove, la corte sarebbe esplosa in sospetti incrociati. Ogni nobile avrebbe accusato l’altro, e i cospiratori avrebbero trovato terreno fertile. Un conte che regna nel caos perde autorità più velocemente di quanto perda uomini in battaglia.

Fece segno a due guardie sopraggiunte di coprire il corpo e portarlo nella cappella interna. «Nessuno parli. Pietro è caduto per un malore. Questo dirò all’alba.»

Le parole gli pesarono come catene. Sapeva di mentire, eppure la menzogna era l’unico scudo.

Salì lentamente verso le stanze private. Sul guanto, la cera del sigillo lasciava un odore acre. Un monogramma incompleto, inchiostro verde sulle mani del servitore di Alessandro, una torcia spenta nel buio: tre indizi dispersi come sassolini nel bosco. Troppo sottili per muovere accuse, troppo gravi per ignorarli.

Entrò nello studio, accese una candela, e posò il frammento sul tavolo. Le ombre disegnarono contorni incerti, ma Amedeo fissò quella mezza impronta come fosse un volto. Non poteva ancora rivelare nulla. Non quella notte. La verità, pensò, avrebbe ucciso più del colpo che aveva spento Pietro.

Si lasciò cadere sulla sedia, gli occhi persi nel vuoto. Sentiva già il peso del segreto scavargli il petto.

 

La candela sputò una goccia di cera che scivolò lenta sul candeliere. Amedeo attese il rintocco della mezz’ora per richiamare il respiro alla calma. Quando bussarono, aprì senza parlare. Si presentarono Matteo, capitano di ronda, e il servitore della casa di Alessandro, quello con la lanterna. Dietro di loro, due armigeri con gli occhi rossi per il sonno interrotto.

«Chiudi la porta» disse Amedeo, senza alzare la voce. «Niente testimoni.»

Il servitore si fece piccolo, le mani intrecciate sul ventre. La lanterna gli ballava ancora in un tremito nervoso. Amedeo posò lo sguardo sulle dita: la macchia verdastra era rimasta sotto l’unghia del pollice, un alone che l’acqua non aveva tolto.

«Come ti chiami.»

«Ugo, mio signore.»

«Per chi lavori?»

«Per messer Alessandro. Aiuto nella cancelleria bassa e nelle cucine quando manca gente.»

Matteo lo fissò, pronto a intervenire. Amedeo sollevò la mano. Non serviva spaventare Ugo, serviva farlo parlare senza chiudere una porta che poteva condurre lontano.

«Da quanto porti inchiostro con quelle mani?» chiese il conte, indicando il pollice. «Quello verde non sta nei calamai della contabilità.»

Ugo deglutì. «Mi è caduto questa sera. Dovevo metterlo nell’armadietto del maestro di scrittura. Mi è scivolato. Ho pulito come ho potuto.»

«Chi ti ha dato la chiave dell’armadietto?»

Gli occhi rimbalzarono su Matteo, poi tornarono su Amedeo. «Messer Alessandro dice che posso aiutare se il maestro non c’è. Le chiavi le lasciano a disposizione.»

Una risposta ben preparata, ripetuta in fretta, imparata. Amedeo si appuntò il ritmo di quelle parole. Chi ha paura tende a proteggere chi gli dà pane e riparo. Non era il momento di rompere quel fragile filo.

«Hai visto o sentito qualcosa nel cortile prima che cadesse la torcia?»

«Ho sentito dei passi nel cammino di ronda, come se qualcuno corresse. Poi il tonfo. Ho preso la lanterna. Temevo un incendio.»

«Hai incrociato qualcuno?»

«Nessuno, mio signore. Solo…» Si fermò, deciso a tacere.

«Continua.»

«Solo… ho sentito il profumo di resina forte. Quella che usano per i sigilli, credo. Mi ha riempito la gola.»

Amedeo sfiorò il frammento di cera sul tavolo con il dorso del dito. «Grazie, Ugo. Da adesso resti a disposizione del capitano di ronda. Nessuna cucina, nessuna cancelleria. Ti raggiungeranno ordini scritti al mattino. E se qualcuno ti chiede che cosa ti ho domandato, tu rispondi che volevo sapere se Pietro stesse male da giorni. Niente altro.»

La parola “malore” si posò nella stanza come un panno umido. Matteo irrigidì la mascella. «Signore…»

«Lo so» tagliò Amedeo. «Porta Ugo nella sala del granaio vecchio. Due uomini fidati con lui. Senza ferri. Non è un prigioniero.»

Tre figure che cambiano il destino della corte

Amedeo VII, il Conte Rosso
Tiene in piedi il regno con una scelta che lo consuma: mentire oggi per evitare che la verità distrugga tutto domani.

Bianca
Non crede ai fantasmi. Crede agli uomini che li inventano. Scrive, collega e porta ad Amedeo un diario che trasforma voci di borgo in indizi.

Alessandro di Briançon
Resta calmo quando tutti tremano. È vicino al potere, troppo vicino, e ogni dettaglio lo avvicina al centro della rete.

Cosa trovi dentro

Una rete chiamata Vertum, fatta di denaro, registri falsi e passaggi segreti
La Dama Nera e gli Ancilia, mito usato come copertura e come arma
Una resa finale che chiude la catena, ma lascia una crepa nella coscienza del Conte

Domande veloci prima di entrare a corte (FAQ)

È autoconclusivo?
Sì. La storia chiude e lascia il segno.

È un romanzo storico rigido?
No. Usa l’ambientazione per creare pressione. Il ritmo resta teso.

È più indagine o più politica?
Entrambe. Le prove sono documenti, sigilli e conti, ma la posta in gioco è il potere.

C’è soprannaturale?
No. C’è una leggenda usata dagli uomini, e fa più paura così.

Che tipo di finale aspettarmi?
Un finale che chiude la vicenda e lascia una domanda morale aperta.

Leggi l’estratto. Se ti prende, la corte non ti lascia più.