DETECTIVE PER CASO

IL RITORNO DI JOEL

MAGGIO

(volume 5 di 12)

Pagina speciale: Detective per caso - Il ritorno di Joel
Dodici mesi, tanti casi da risolvere e una grande sfida con il diario.
Vai alla pagina speciale

ISBN BROSSURA: 9791282384070

Autore: Kalel Abellium

Titolo: DETECTIVE PER CASO - IL RITORNO DI JOEL

Sottotitolo: Maggio

Mese di pubblicazione:  GIUGNO 2025

Numero di pagine: 204

Prezzo: € 11,00 (Brossura) - € 3,99 (E-book)

Genere: NARRATIVA. Giallo - Mistero

Il libro

Nel quinto volume del diario 2025, il detective Giorgio De Giorgi torna in scena con Joel, presenza enigmatica che lo trascina attraverso epoche e colpe irrisolte. Dalla Bratislava del 1916, dove ogni notte scorre un “treno dei dimenticati”, al Museo degli Orologi di Londra nel 1990, dove centinaia di quadranti si arrestano sulla stessa, inquietante ora; da un automa parigino ottocentesco che vergando due parole riapre la pista di una donna scomparsa, fino a un progetto criminale che minaccia l’Acquario di Genova ai nostri giorni, il mese di maggio è una corsa contro il tempo e contro la memoria.

Nel presente, Giorgio lotta con la ferita di Viola e con l’ombra di Lucrezia; nel passato, Milano 1978 gli consegna un taxi senza autista e un dirigente morto “troppo pulito”, primo tassello di un intrigo d’affari e menzogne. Tra dossier sepolti, messaggi cifrati e minacce mascherate da arte, ogni caso parla la stessa lingua: quella di ricordi che qualcuno vorrebbe cancellare.

“Detective per caso – Il ritorno di Joel. Maggio” è un noir a episodi che unisce brivido, cuore e visioni, senza rivelare mai troppo: conta trovare il filo, non il colpevole. E, soprattutto, capire quanto siamo disposti a pagare per la verità.

Leggi le prime pagine

Primo Maggio 2025

 

Ho provato a chiudere gli occhi stamattina, ma non ci sono riuscito. Le immagini del mese appena trascorso hanno continuato a martellarmi come ferri caldi: l’esplosione a Texas City, il volto di Viola che si dissolse tra le fiamme, la voce di Joel spezzata da un silenzio che sembrava definitivo, e Lucrezia, quella ferita che non accenna a rimarginarsi. Tutto questo mi è caduto addosso come una pietra, impedendomi di respirare. Credevo di potermi concedere almeno un giorno di tregua. Illusione pura.

Ho avvertito di nuovo quella vibrazione sotto la pelle, un brivido che correva nelle ossa come se non appartenessero più a me. Il diario si è mosso da solo sul tavolo, le pagine hanno iniziato a tremare. L’ho aperto senza pensarci, perché so che non ho scelta. Questa volta le lettere non erano nere né blu: si sono disegnate in un arancione spento, il colore delle braci soffocate.

Bratislava, 1916. Il treno della morte passa ogni notte.

Non ho fatto in tempo a reagire. Una luce bianca mi ha inghiottito, e quando l’ho riaperto, lo sguardo si è perso in un paesaggio che pareva dipinto da un artista con le mani sporche di fuliggine.

Davanti a me c’era una stazione. I binari si stendevano nel buio come nervi scoperti, arrugginiti e deformi. La nebbia avvolgeva tutto, soffocando i contorni. Nessun gufo, nessun passo, solo il vento e un odore pungente di carbone umido e pioggia vecchia. Una sensazione innaturale, come se ogni cosa fosse stata sospesa in attesa di un giudizio.

Joel era lì. Non so da quanto. Si teneva accanto a un palo della luce. La lampadina illuminava soltanto l’ombra alle sue spalle. Mi fissava con quello sguardo che non svela mai se sa già la risposta o se sta aspettando che la dica io.

«È la prima volta che vengo inviato senza un’indicazione precisa,» ha detto piano. Non stava spiegando, stava constatando. «Ogni notte, a quest’ora, qualcosa attraversa questi binari. Non è un treno normale. E chi lo vede non torna più lo stesso.»

Si è interrotto. Ho provato a fargli domande, ma lui non ha aggiunto altro.

Abbiamo camminato lungo la linea ferrata, guidati soltanto da un frammento di mappa che Joel teneva piegato con cura. Era un documento dell’impero austro-ungarico, ingiallito e fragile. Secondo quelle linee, il binario era stato abbandonato tre anni prima, dopo un deragliamento costato decine di vite. Le traversine erano segnate da impronte fresche, e le rotaie avevano graffi recenti. Non c’era coerenza, non c’era logica.

Ci siamo rifugiati in un casotto di ferrovieri, abbandonato da chissà quanto. L’odore di polvere stantia si mescolava a quello di bottiglie vuote e fumo vecchio. Ho acceso una candela, il cui tremolio sembrava più fragile del solito.

Alle 2:30, il tempo ha smesso di muoversi. Nemmeno il vento. Nemmeno il mio respiro sembrava avere diritto di restare. Poi, la vibrazione. Un battito profondo, quasi impercettibile, che scuoteva il pavimento sotto i nostri piedi. La fiamma della candela ha tremato, e io con lei.

Alle 2:43, il buio si è aperto.

Dal nulla è emersa una massa scura. Nessun fischio, nessun rumore di ruote. Solo l’avanzata lenta di un convoglio che non apparteneva al mondo dei vivi. Non sembrava un treno, ma una creatura meccanica, annerita, con le carrozze chiuse da vetri rotti.

Dentro, nessun passeggero. Solo bare. Casse di legno mal inchiodate. In alcune, braccia che sporgevano, dita tese come se volessero aggrapparsi alla notte.

Il convoglio scorreva davanti a noi senza mai accelerare. Ho trattenuto il fiato, come se respirare troppo forte potesse tradire la mia presenza. Il cuore batteva in modo irregolare, non per la paura del soprannaturale, ma perché in quell’istante ho creduto di aver visto un volto.

Non uno qualunque. Un volto che conoscevo.

Tra i vetri infranti di una carrozza, il profilo di Marco. Il suo sorriso appena accennato, lo stesso che ricordavo l’ultima volta che lo avevo visto vivo. È sparito in un lampo, inghiottito dalla nebbia e dall’ombra successiva.

Mi sono voltato verso Joel. Non ha detto nulla. Non ha mostrato sorpresa. Solo quell’aria enigmatica, come se fosse abituato al fatto che il passato tornava a reclamare i suoi volti.

Il treno ha continuato la sua marcia fino a svanire, lasciandoci davanti a binari vuoti. Il silenzio si è richiuso come una porta sbattuta.

Siamo rimasti immobili a lungo. Io con il respiro corto, lui con lo sguardo fisso su un punto che non riuscivo a decifrare.

Avrei voluto gridare, chiedere cosa significasse vedere Marco, se fosse un’illusione o un avvertimento. Non l’ho fatto. Ho capito che Joel non mi avrebbe risposto.

Alla fine, ho trovato soltanto il coraggio di dire, quasi sottovoce:

«Se vogliamo capire, dobbiamo salire.»

Non era una decisione. Era un dubbio pronunciato a voce alta. Una trappola a cui stavo andando incontro sapendo di non avere alternative.

Ho paura. Non di morire, ma di scoprire chi altro aspetta dentro quelle casse. Se davvero il treno porta via i morti, allora un giorno potrebbe reclamare anche i vivi.

Domani ci proveremo. Forse.

Consigliati per te