Io sono con te. Sempre!
Una promessa fatta da bambini.
Un amore che resiste al tempo.
Andrea e Margherita si sono conosciuti in un luogo che non era casa.
Un orfanotrofio fatto di muri grigi e regole rigide.
Non avevano niente. Tranne loro due.
E una promessa che avrebbe attraversato vent’anni.
Di cosa parla
Questa è la storia di due bambini che si incontrano in una “casupola”.
Un’amicizia nata tra silenzi e assenze.
Un rifugio segreto in un magazzino abbandonato.
Poi l’adozione. La separazione. Il tempo che scorre.
Vent’anni dopo si ritrovano a Torino.
E quella promessa sussurrata da bambini torna a bussare.
Andrea e Margherita
Andrea porta dentro una ferita mai rimarginata.
Margherita vive una vita che non la rappresenta più.
Quando si ritrovano, capiscono che il legame non era scomparso.
Era rimasto nascosto sotto anni di silenzi.
“Non importa dove andrai. Io sono con te. Sempre.”
Questa non è solo una frase. È il cuore del romanzo.
Leggi le prime pagine
L’ascensore
I passi di Andrea risuonavano tra i corridoi lucidi dell’ufficio, coperti appena dal ticchettio incessante dei tacchi e dai clic delle tastiere. Era in ritardo, come sempre, e stringeva sotto il braccio una pila di documenti che avrebbe dovuto consegnare mezz’ora prima.
Il lavoro era soffocante, le riunioni infinite, e le giornate sembravano scorrere tutte uguali. Quella mattina, però, c’era qualcosa di diverso nell’aria. Un lieve senso di agitazione, come se il destino avesse deciso di giocare con lui. Arrivò davanti all’ascensore proprio mentre le porte si stavano chiudendo.
"Aspetti!" gridò, allungando il braccio. Le porte si riaprirono con un tintinnio metallico, rivelando una figura femminile che stava già
al suo interno, concentrata sul telefono. Andrea entrò di corsa, lasciando andare un sospiro di sollievo.
"Grazie mille!" disse senza alzare troppo lo sguardo, premendo nervosamente il pulsante del suo piano.
"Figurati," rispose lei, senza distogliere lo sguardo dallo schermo.
La sua voce, però, stimolò il cervello di Andrea, come un interruttore che si accende all’improvviso. La guardò di sfuggita, cercando di non sembrare invadente, ma il suo cuore iniziò a battere più forte. Era lei. I capelli erano più corti e i lineamenti più maturi, ma non c’erano dubbi. Il suo profilo, la curva delle labbra, la linea del collo... tutto era rimasto scolpito nella sua memoria. La conosceva da una vita, anche se erano passati vent’anni. Il suo cervello faticava a mettere insieme i pezzi: il corpo adulto che vedeva davanti a sé e la ragazzina che aveva amato così profondamente alla «casupola», soprannome dato alla struttura che li ospitava. Restò immobile per qualche secondo, indeciso sul da farsi. Doveva dirle qualcosa? E se si fosse sbagliato? Ma no, non era possibile. Era lei. Doveva esserlo. Si schiarì la gola, cercando di trovare le parole, ma niente gli venne in mente. Intanto, lei continuava a scorrere il dito sullo schermo, completamente ignara. L’ascensore si fermò al terzo piano. Salì un uomo anziano con una valigetta e un cappello che sembrava uscito dagli anni ’80. Andrea si spostò leggermente per far spazio, ma il suo sguardo rimase fisso su di lei. Era incredibile come il tempo non avesse cancellato niente. Il ricordo di quando giocavano insieme nel cortile, di quando si nascondevano sotto il vecchio albero per sfuggire alle punizioni delle suore... tutto gli tornava in mente con una chiarezza devastante. L’ascensore ripartì. Andrea si costrinse a parlare. Non poteva lasciarla andare di nuovo. Non questa volta.
"Margherita?" pronunciò sottovoce, come se il suo nome fosse un segreto da custodire.
Lei non alzò lo sguardo subito. Forse non aveva sentito. Andrea si sporse leggermente in avanti, rischiando di sembrare invadente.
"Riccio..." aggiunse, con un filo di voce. Fu allora che lei si fermò. Le sue dita si bloccarono a mezz’aria, come paralizzate. Lentamente, sollevò lo sguardo dal telefono, incrociando finalmente i suoi occhi. Per un attimo, il tempo si fermò. Gli occhi di Margherita lo fissarono, cercando disperatamente di decifrare quel volto familiare, ma distante.
"Andrea?" sussurrò, con un misto di incredulità e stupore.
Lui annuì, un sorriso timido che non riusciva a contenere. Lei si portò una mano alla bocca, incapace di trattenere l’emozione. Le porte dell’ascensore si aprirono di nuovo, ma nessuno dei due si mosse. L’anziano con la valigetta uscì, lasciandoli soli.
"Non ci credo..." disse Margherita, scuotendo la testa. "Sei davvero tu?"
"Sì, sono io. Anche se con qualche ruga in più," rispose lui, cercando di sdrammatizzare, ma la sua voce tremava leggermente. Margherita lo fissava, ancora incredula.
"Quanto tempo è passato... vent’anni?"
"Vent’anni, tre mesi e.… un’eternità," disse Andrea, lasciandosi sfuggire una risata nervosa.
L’ascensore riprese a salire, ma i due sembravano non accorgersene. Gli occhi di Margherita si riempirono di lacrime, ma cercò di ricacciarle indietro.
"Non posso credere di rivederti qui a Torino. È assurdo!"
"Assurdo è dir poco," rispose Andrea. "Non sai quante volte ho pensato a te, a come sarebbe stato se..." Si fermò, rendendosi conto che stava dicendo troppo.
Margherita abbassò lo sguardo, ma un piccolo sorriso le sfiorò le labbra.
"Io... anche io ti ho pensato, sai? Ma la vita ci ha portati su strade diverse."
"Strade che alla fine si sono incrociate di nuovo," aggiunse lui, cercando il suo sguardo.
Le porte dell’ascensore si aprirono al loro piano, ma nessuno fece un passo per uscire. Un collega passò davanti e li guardò stranito, ma Andrea premette il pulsante per richiudere le porte.
"Abbiamo aspettato vent’anni. Penso che possiamo prendere un altro minuto."
Margherita ridacchiò, portandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio, un gesto che Andrea ricordava bene.
"Non sei cambiato affatto," disse, scuotendo la testa.
"Neanche tu. Beh, a parte il telefono. Una volta non riuscivo a toglierti un libro di mano." Lei rise.
"E tu passavi ore a disegnare. Facevi quelle caricature tremende delle suore..." Andrea si illuminò.
"Hai ancora quel quaderno?"
"Lo perso durante un trasloco," rispose lei, con un’espressione malinconica.
Ci fu un momento di silenzio, carico di emozioni. Entrambi avevano mille cose da dire, ma non sapevano da dove cominciare.
"Cosa fai qui? Lavori per questa azienda?" disse Andrea per rompere il ghiaccio.
"Sì, sono nel reparto marketing. E tu?"
"Anche io! Mi occupo della produzione digitale. È il mio terzo giorno in questa società," rispose, grattandosi la nuca. "Non avrei mai immaginato di trovarti qui."
"Neanche io," disse lei, ridendo. "Ma forse è così che doveva andare."
Le porte si aprirono di nuovo al loro piano, e questa volta Andrea fece un passo davanti alle fotocellule.
"Ti va di prendere un caffè? Magari durante la pausa pranzo?"
Margherita esitò per un attimo, poi annuì.
"Sì, mi piacerebbe."
Arrivò la pausa pranzo e quel caffè si trasformò in una lunga conversazione. Seduti a un tavolino vicino alla vetrata, al trentacinquesimo piano, i due si raccontarono le loro vite, i successi, le difficoltà, i rimpianti. Era come se il tempo non fosse mai passato. Margherita parlò del suo matrimonio, della vita stabile ma monotona che conduceva, mentre Andrea raccontò della sua carriera, delle relazioni finite male e di come si sentisse spesso fuori posto.
"Non mi sono mai sentito davvero a casa da nessuna parte," confessò lui, girando il cucchiaino nella tazza.
"Nemmeno io," ammise lei, guardandolo con occhi lucidi. "Forse perché la nostra casa era lì, alla «casupola». E con te."
Andrea non rispose subito. Il suo cuore batteva così forte che temeva potesse sentirlo anche lei. Si limitò a sorridere, un sorriso pieno di significato. La pausa era finita e i due dovettero tornare al loro lavoro ma da quel giorno, qualcosa cambiò. Entrambi sapevano che c’era qualcosa di irrisolto, qualcosa che li legava ancora, nonostante il tempo e le vite costruite lontano l’uno dall’altra.
C’erano altre persone coinvolte, altre vite intrecciate alle loro. Ma per la prima volta, entrambi iniziarono a chiedersi se valesse la pena rischiare tutto per ciò che avevano ritrovato. E così, il destino sembrava pronto a scrivere un nuovo capitolo, uno che né Andrea né Margherita avevano mai osato immaginare.
Il corridoio era insolitamente deserto quella mattina. Andrea camminava con il solito passo affrettato, stringendo una cartelletta straripante di fogli sotto il braccio. L’ascensore dell’incontro del giorno prima continuava a tornargli in mente. Margherita. Quante probabilità c’erano che la rivedesse, dopo tutto quel tempo, nello stesso edificio? Eppure, era successo. Non riusciva a smettere di pensarci. Arrivò alla macchinetta del caffè e iniziò a premere i pulsanti quasi automaticamente. La testa era altrove, persa tra i ricordi e la consapevolezza che lei era lì, da qualche parte, magari a pochi metri da lui. Si voltò di scatto, quasi aspettandosi di vederla apparire all’improvviso, ma il corridoio era vuoto. Andrea sospirò e si passò una mano tra i capelli. Doveva smettere di pensarci. Non era più un ragazzino; erano passati vent’anni, e le loro vite erano andate avanti. Lei era sposata, e lui... beh, lui non era proprio un campione di stabilità emotiva. Doveva accettare la realtà. Ma il destino aveva piani diversi. Appena girò l’angolo, la vide. Margherita stava uscendo dalla sala riunioni con una cartelletta sottile e il telefono in mano. Indossava una giacca beige che le stava divinamente e una gonna nera che le sfiorava appena il ginocchio. Andrea si bloccò. Il cuore gli saltò un battito, come il giorno prima, nell’ascensore. Lei alzò lo sguardo e i loro occhi si incrociarono. Per un attimo, sembrò che il tempo si fermasse di nuovo. Andrea si sentì improvvisamente un quindicenne, impacciato e senza parole.
"Ciao," disse con un sorriso timido.
"Ciao," rispose lui, cercando di sembrare rilassato, ma la voce gli uscì un po’ troppo alta. Lei si avvicinò di qualche passo.
"Tutto bene?" chiese, tenendo stretto il telefono.
"Sì, sì, tutto bene," rispose Andrea, annuendo freneticamente.
"Tu?"
"Bene, grazie," disse Margherita, con quel sorriso che lui ricordava così bene. Seguì un silenzio imbarazzante. Entrambi sembravano non sapere cosa dire, ma nessuno dei due si mosse per andarsene. Andrea strinse più forte la cartelletta, come se fosse un’ancora di salvezza. Cercò disperatamente un argomento di conversazione, qualcosa di normale, di neutro.
"Il caffè della macchinetta è sempre pessimo," disse finalmente, pentendosi all’istante.
Margherita ridacchiò.
"Già, ma almeno è economico."
Andrea si rilassò un po’.
"Hai ragione. Sai, una volta l’ho definito «miscela cemento armato». Non so come facciano a renderlo così amaro."
Lei rise di nuovo, e Andrea sentì un calore familiare invadergli il petto. Era una risata che gli mancava da troppo tempo.
Mentre parlavano, Andrea fece un passo indietro, cercando di spostarsi per lasciare passare un collega. Fu allora che successe. La cartelletta che teneva stretta sotto il braccio gli scivolò, e un fascicolo spesso finì a terra, spargendo fogli ovunque.
"Cazzo!" imprecò lui, chinandosi subito per raccogliere il disastro.
"Lascia, ti aiuto," disse Margherita, inginocchiandosi accanto a lui.
Andrea cercò di protestare.
"Non preoccuparti, ce la faccio da solo."
"Non essere ridicolo," rispose lei con un sorriso, afferrando un mucchio di fogli.
Le loro mani si sfiorarono mentre raccoglievano lo stesso foglio, e Andrea sentì una scossa attraversargli il corpo. Non era sicuro se
fosse reale o solo nella sua testa, ma l’effetto fu devastante. Alzò lo sguardo e incontrò i suoi occhi. Erano più vicini di quanto si aspettasse, inginocchiati sul pavimento del corridoio. Margherita trattenne il fiato. Anche lei sembrava essersi resa conto della distanza inesistente tra di loro. I suoi occhi erano intensi, pieni di emozioni che sembravano lottare per emergere. Andrea si sentì perso, come se il resto del mondo fosse svanito. Erano solo loro due, come vent’anni prima. Gli tornò in mente la prima volta che si erano baciati, sotto il vecchio albero nel parco vicino alla «casupola», lontano dagli occhi delle suore. La stessa tensione, lo stesso desiderio inesprimibile.
"Grazie," mormorò, prendendo i fogli dalle sue mani con un sorriso forzato.
"Di nulla," rispose lei, ma la sua voce tremava leggermente.
Si alzarono entrambi, sistemando i fogli. Andrea cercò di mettere ordine nel caos che aveva creato, ma il cuore continuava a battergli
all’impazzata. Margherita sembrava altrettanto nervosa, anche se cercava di nasconderlo.
"Sei sempre così disordinato?" scherzò lei, cercando di rompere la tensione.
"Solo quando c’è qualcuno di importante nei paraggi," rispose lui senza pensare.
Margherita lo guardò sorpresa, ma il suo sorriso si allargò.
"Ah, quindi è colpa mia?"
Andrea arrossì, rendendosi conto di ciò che aveva detto.
"Beh, sì. Insomma, no... cioè..." Si fermò, ridendo nervosamente.
"Lascia perdere."
Margherita scoppiò a ridere.
"Tranquillo, Andrea. Sei sempre stato un po’ impacciato. È bello sapere che alcune cose non cambiano."
Le parole di lei lo colpirono, ma in un modo positivo. C’era affetto nella sua voce, un’ombra del legame che avevano condiviso anni
prima.
"Grazie... credo," disse lui, finalmente riuscendo a sistemare la cartelletta.
Dopo quel momento, i due continuarono a incrociarsi nei corridoi, alle macchinette del caffè, nei parcheggi. Ogni volta, uno sguardo,
un sorriso o una battuta accennata sembravano riaccendere il fuoco che entrambi sapevano di non poter ignorare. Era come se il passato li avesse avvolti di nuovo, ma con la consapevolezza di essere adulti, di avere responsabilità e vite complicate.
Un pomeriggio, Andrea trovò il coraggio di inviarle una e-mail dal servizio di comunicazione interna.
"Ti va di prendere un caffè dopo il lavoro? Magari in un posto dove non sa di cemento armato."
Margherita aprì la e-mail incredula. Sorrise tra sé, ma esitò prima di rispondere. Non era sicura di cosa stesse facendo, ma sapeva che non poteva dire di no.
"Va bene. Alle sei davanti all’ingresso principale?" rispose.
Quando si incontrarono quella sera, il cielo era tinto di arancione, e il traffico di Torino era una melodia caotica in sottofondo. Andrea la stava aspettando con le mani infilate nelle tasche, nervoso come un ragazzino al primo appuntamento. Margherita arrivò con un sorriso dolce, indossando una giacca leggera che ondeggiava leggermente nel vento.
"Pronto a sperimentare un caffè decente?" scherzò, avvicinandosi.
"Pronto a tutto," rispose lui, aprendo la porta del bar.
La serata fu semplice, ma carica di emozioni. Parlarono a lungo, ridendo dei vecchi tempi e scoprendo dettagli delle loro vite attuali. Ogni parola, ogni sguardo, sembrava avvicinarli sempre di più, ma entrambi sapevano che non sarebbe stato facile. Quando si salutarono, Andrea esitò.
"Grazie per la serata. Mi ha fatto... bene."
"Anche a me," rispose Margherita, con un sorriso che gli fece tremare il cuore.
"Se vuoi, possiamo scambiarci i numeri e restare in contatto.” Disse con un senso di timidezza.
“Per me va bene.” Rispose Margherita prendendo il suo cellulare in mano. Dopo lo scambio si allontanò.
Mentre la guardava dileguarsi, Andrea si rese conto che quel legame che avevano condiviso non era mai scomparso. Era lì, nascosto sotto anni di distanza e silenzi, ma ancora incredibilmente vivo.
E per la prima volta, iniziò a sperare che il destino non li avesse fatti incontrare di nuovo per caso, ma per dar loro una seconda possibilità.
Per chi è questo romanzo
Per chi ha amato e ha perso.
Per chi crede nelle seconde possibilità.
Per chi sa che certi legami non si spezzano.
Se ti sei mai chiesto cosa sarebbe successo se avessi avuto una seconda occasione, questa storia parla anche di te.