DETECTIVE PER CASO
IL RITORNO DI JOEL
SETTEMBRE
(volume 9 di 12)
ISBN BROSSURA: 9791282384186
Autore: Kalel Abellium
Titolo: DETECTIVE PER CASO - IL RITORNO DI JOEL
Sottotitolo: Settembre
Mese di pubblicazione: OTTOBRE 2025
Numero di pagine: 196
Prezzo: € 11,00 (Brossura) - € 3,99 (E-book)
Genere: NARRATIVA. Giallo - Mistero
Il libro
Un chirurgo celebre ucciso nell’ombra di Londra; un salvataggio impossibile tra le macerie dell’11 settembre; un produttore di vino trovato morto in una cantina di montagna; un manifesto funebre affisso prima che uno studente muoia davvero. Settembre mette alla prova Giorgio come non mai: ogni pagina del suo diario lo trascina dentro verità che altri preferirebbero sepolte.
A Londra, un bilocale a Battersea nasconde plichi, registratori e un movente capace di bruciare carriere: Hensley non era soltanto una vittima, e Cole non era soltanto un assistente. Maxwell Trent e Delilah fanno da specchi deformanti in un gioco dove la narrazione è arma e alibi insieme.
L’11 settembre, tra fumo e silenzio, Giorgio lotta per tenere in vita Rachel e il bambino che porta in grembo: pagine di tensione rispettosa, senza sensazionalismo, che rendono omaggio a chi ha resistito nell’oscurità.
In Val di Susa, il caso di Chiomonte scardina il racconto comodo della “rapina finita male”: corde, pesi, filo blu sui sacchi e pece sui carrelli incastrano i colpevoli oltre ogni posa.
Infine, Torino: il volto di Andrea Sarti campeggia su un manifesto funebre con una data che deve ancora arrivare. Tra tipografie, minacce e un coltello “AS”, la verità non è un meme universitario. È un conto aperto.
Settembre 2025 è il volume più maturo della serie: ritmo, indagine, emozione. Un invito a leggere con il respiro corto e il cuore acceso.
Leggi le prime pagine
Primo settembre 2025
Non avevo mai sentito la nebbia pesarmi addosso così. Mi ha svegliato nel cuore della notte, densa e silenziosa, come un sudario piegato a metà. I miei occhi si sono aperti con la luce tremolante sul comodino. Il diario. La mia mano si è posata sulla copertina e il mondo si è sciolto in un istante. Mi sono trovato a Londra, nel 2024.
La città non aveva nulla delle cartoline che vedi di solito. Nessun ponte illuminato, nessun mercatino per turisti. Stavo respirando l’altra Londra: vicoli che odoravano di umido e gasolio, pareti di mattoni anneriti, rumori smorzati come dietro un vetro appannato. Un lampione ritagliava un ovale di luce su un passaggio laterale chiuso da un nastro giallo. Lì vicino c’era una fila di sacchi neri e un cassonetto semiaperto. In fondo al vicolo giaceva un corpo, disteso in una pozza scura.
Un uomo.
Una sciarpa bagnata gli stringeva ancora il collo. La gola era stata tagliata da orecchio a orecchio con una precisione che non lasciava margine ai dubbi: mano esperta, gesto preciso. Qualcuno aveva appoggiato un giornale sul volto, quasi un tentativo di pietà. I paramedici avevano già fatto il loro lavoro. Io ho registrato pochi elementi: nessun documento, nessun segno di colluttazione. Guanti sobri e ben rifiniti, cappotto elegante, un orologio al polso sinistro. Non sembrava un senzatetto né un ubriaco capitato lì per errore.
Il detective che seguiva le indagini mi ha avvistato e si è avvicinato con passo interrogativo. Alto, sguardo tagliente. Indossava un cappotto che pareva al contrario. Si è presentato come John Davenport. Mi ha squadrato come si misura una stanza a colpo d’occhio.
«Chi è lei?» ha chiesto.
«Sono il detective De Giorgi.»
«Perché l’hanno chiamata? Questo è il mio quartiere. Sicuramente Scotland Yard vuole farmi fuori… ma io non glielo permetterò.»
«Nessuno vuole farla fuori,» ho inventato. «Ho chiesto io di partecipare perché sto facendo degli studi sui migliori detective londinesi.»
Davenport mi ha guardato con aria lusinghiera. Non ha insistito oltre. Mi ha consegnato una foto già stampata con il volto dell’uomo ancora vivo e poi ha mormorato il nome, come se stesse richiudendo un fascicolo già noto: Dottor Marcus Hensley, chirurgo plastico. Clinica privata a Mayfair, appartamento di lusso a Notting Hill, nessun familiare registrato, una lista di pazienti capace di riempire una rubrica intera.
Abbiamo guardato la telecamera sopra il retro di un ristorante. Non copriva il vicolo del delitto, inquadrava però l’uscita della clinica di Hensley. Mezz’ora prima dell’orario stimato della morte si era vista una figura femminile uscire a passo svelto, silhouette magra, andatura sicura. Il volto non era visibile. Un dettaglio risaltava: una sciarpa rossa, lunga fino alle ginocchia. Non era la prima volta che quella donna veniva notata nello stabile. I vicini l’avevano vista entrare e uscire diverse volte. Hensley la presentava come “collaboratrice esterna”. Nessuno però sapeva il suo nome. La clinica di Hensley non ne aveva traccia.
Abbiamo ottenuto il mandato per poter entrare nell’appartamento di Hensley poco prima di mezzogiorno. Nessun segno di effrazione. L’ordine nelle stanze appariva impostato, come in una casa fotografata per un catalogo e poi richiusa in fretta. Sul tavolo del soggiorno una cartellina azzurra, aperta a ventaglio. Dentro c’era un contratto editoriale: titolo provvisorio “La bellezza e il bisturi”, un saggio narrativo sulla carriera di Hensley, sui casi di sala operatoria e su certe idee forti sulla bellezza del corpo contemporaneo. Committente una piccola casa editrice specializzata in biografie. In basso compariva un nome: Maxwell Trent. Una postilla scritta a penna, netta, non amichevole: “Ultimo sollecito. Consegna prevista per fine mese. In mancanza, azioni legali.” La data era quella del 29 agosto.
Alla clinica l’aria era diversa, elettrica. Le notizie corrono veloci lungo i corridoi. La reception aveva risposto a Davenport con frasi impostate, scolpite nel manuale di crisi. Io mi sono allontanato di qualche metro, percorrendo il corridoio dove i quadri mostravano volti perfetti e rifatti, e mi sono fermato davanti a una porta chiusa a chiave. Sulla targa c’era scritto “Dr. Ethan Cole”. Era assistente di Hensley da sette anni.
Un’infermiera mi ha confidato a bassa voce che Hensley aveva fatto intendere di voler ridurre le ore di Cole per “svecchiare la linea” della clinica. Nulla di ufficiale, solo pettegolezzi passati tra poche orecchie. Cole non risultava in sede, aveva la giornata libera.
Stavamo uscendo dalla clinica quando un uomo ci ha intercettati all’ingresso, nervoso, sui cinquanta, cappotto blu, guanti di pelle. Si è presentato come Gavin Lorrimer, ex paziente. Aveva saputo della morte di Hensley dai notiziari e voleva conferme. Il volto si muoveva con fatica, come se la muscolatura stesse imparando di nuovo il proprio mestiere. Tre mesi prima aveva affrontato una riduzione mandibolare. A suo dire il risultato era stato disastroso: lavoro sospeso, riabilitazione lunga, un crollo emotivo che gli aveva tolto sonno e appetito. Aveva sporto denuncia; la clinica aveva chiuso la questione con un accordo riservato. Quando gli ho chiesto come si sentisse alla notizia, Lorrimer ha sussurrato che non poteva dirsi dispiaciuto.
A fine giornata sono andato nel mio albergo, prenotato a mia insaputa dallo stesso Joel. Ho ripensato all’uomo riverso nel vicolo e ho allineato i profili che gli camminavano attorno come ombre: l’assistente che era da “svecchiare”; una donna senza nome che lasciava dietro di sé una sciarpa rossa e un vuoto nei registri ufficiali; un editore pronto a passare dalle strette di mano agli avvocati; un paziente con la vita deviata di qualche millimetro e la rabbia in corpo. Il resto restava nebbia.
Mi sono seduto accanto alla finestra della mia stanza. Il traffico di Londra scivolava dietro il vetro; ogni tanto un clacson, un freno, il passaggio di un autobus. La mente si era già messa in moto. Mi servivano informazioni: orari, turni, flussi di cassa, soprattutto i movimenti di chi entrava e usciva dallo stabile di Notting Hill e anche in quello di Mayfair. Volevo verificare se la sciarpa rossa fosse un segno distintivo o una trappola. Volevo capire perché l’appartamento brillasse come una stanza da catalogo e perché qualcuno avesse lasciato in vista proprio il contratto con Trent. A volte l’ordine eccessivo è un modo per nascondere il singolo oggetto fuori posto; a volte è un messaggio.
Ho riletto il verbale del paramedico: la lama ha seguito una traiettoria pulita, geometrica. Chi l’ha impugnata sapeva come usarla. Una mano del genere non improvvisa un omicidio in un vicolo e non sceglie un orario a caso. L’assassino ha creato il momento giusto.
Il caso non mi sembra soltanto un omicidio. Ha l’odore di una firma ben precisa. Non quella pacchiana che vuole essere decifrata subito, piuttosto il tipo di segno che si lascia quando si è certi di voler spingere qualcuno, un collega, un rivale, un discepolo, a riconoscere la calligrafia del gesto. Mi sono chiesto se Hensley avesse tenuto in tasca segreti capaci di bruciare una carriera, se la donna con la sciarpa fosse un’esca, un alibi, una spettatrice. Oppure quanto potesse valere un libro non consegnato quando l’autore non poteva più firmare nulla.
Ho steso i miei appunti mentali con ordine: Hensley al centro. Cole per il fronte interno, Trent per il fronte pubblico, Lorrimer per il fronte medico-legale, la donna sconosciuta per il fronte personale. Non prevedo scorciatoie. Il caso richiede pazienza, indizi precisi, controllo delle parole.
Domani dovrò vedere i primi sospetti. Quello che mi serve, però, ce l’ho già. Il segno di chi pretende di essere riconosciuto. E un simbolo, se è fatto per essere visto, prima o poi chiama il suo lettore.