IL DETECTIVE DAVENPORT
Tempus Fugit 1888 L'orologio scomparso
ISBN (brossura): 9791282384124
Autore: Kalel Abellium
Titolo: IL DETECTIVE DAVENPORT - Tempus Fugit 1888 - L'orologio scomparso
Mese di pubblicazione: SETTEMBRE 2025
Numero di pagine: 176
Prezzo: € 13,99 (Brossura) - € 4,99 (E-book)
Genere: NARRATIVA. Giallo - Mistero
Il libro
Il giorno della riapertura del museo doveva essere una festa.
File interminabili all’ingresso, telecamere accese, sponsor soddisfatti, il direttore pronto a parlare di “evento storico”.
Poi, in meno di tre minuti, la storia cambia.
La teca blindata è intatta.
Il sistema di sicurezza, sulla carta, è perfetto.
Eppure la chiave di carica del Tempus Fugit 1888, un orologio leggendario, è sparita.
Niente vetri rotti.
Nessun buco nelle registrazioni.
Solo una manciata di persone che avrebbero potuto avvicinarsi abbastanza… e tutte con qualcosa da perdere.
A indagare viene chiamato Il Detective Davenport, consulente dalla mente affilata e dallo humour tagliente, che misura le persone in minuti e secondi più che in parole.
Fra un orologiaio che parla per metafore meccaniche, dirigenti ossessionati dall’immagine, un capo della sicurezza pronto a essere sacrificato e un pubblico online affamato di colpevoli, il furto della chiave e, dopo pochi giorni, anche del Tempus Fugit 1888 diventa molto più di un semplice caso.
È una gara contro il tempo.
Contro le versioni comode.
Contro la tentazione di chiudere tutto in fretta, anche a costo di accusare la persona sbagliata.
Perché, in un mondo in cui le notizie invecchiano in pochi minuti, la verità ha bisogno di qualcuno che sappia ancora ascoltare gli orologi.
Un giallo teso, elegante e implacabile, in cui ogni minuto conta e niente è lasciato al caso.
Un’indagine del detective Davenport.
LEGGI LE PRIME PAGINE
La coda davanti al museo sembrava un serpente elegante e irritato che piegava l’angolo. Abiti stirati, cappotti nuovi, telefoni alzati. Tutti volevano poter dire di aver visto da vicino il ritorno del Tempus Fugit 1888.
Io ho guardato l’orologio sopra il portone. Segnava le dieci e tre minuti.
L’apertura ufficiale era alle dieci in punto. Lo avevo letto sulla mail d’invito, sul programma dell’evento e sul sito che il museo aveva preparato con tanto amore. Tre minuti non sono niente, mi sono detto. Eppure, quei tre minuti mi davano fastidio. Ho sempre odiato i ritardi.
Ho tirato su la sciarpa, ho inspirato l’aria fredda di Londra e ho dato un’altra occhiata alla fila. Nel giro di pochi secondi ho visto la solita coreografia: gente che sospirava, gente che controllava l’ora sul telefono, gente che guardava su, verso le grandi lancette sulla facciata, come se potessero scusarsi.
“Tre minuti,” ho pensato. “Iniziamo bene.”
«Tre minuti sono un insulto.»
La voce è arrivata alle mie spalle, tranquilla, quasi divertita. Mi sono girato.
Davenport era lì, come se fosse stato in fila dietro di me per tutto il tempo e io non l’avessi notato. Indossava un cappotto troppo leggero per la stagione, la cravatta allentata, un guanto infilato e l’altro sporco di qualcosa che sembrava gesso, tenuto in mano. Aveva l’aria di uno che ha sbagliato evento, ma ha comunque deciso di entrare per vedere com’è.
Non guardava me. Guardava l’orologio sulla facciata.
«Voi parlate di insulto?» ho chiesto. «Per tre minuti di ritardo?»
«Io parlo di sintomo,» ha risposto, senza distogliere lo sguardo dalle lancette. «Tre minuti sono interessanti. Non sono abbastanza per una tragedia, ma sono troppi per la precisione. Tutto quello che è davvero pericoloso vive nelle zone grigie.»
Io ho arricciato il naso. Non era la prima volta che mi chiedevo perché continuassi ad accettare i casi di Davenport.
«La fila è tranquilla,» ho detto. «Mi sembra tutto sotto controllo.»
«Tu guardi la fila,» ha ribattuto. «Io guardo il tempo. La fila è solo un effetto collaterale.»
«Voi pensate che ci sia qualcosa che non va nel museo,» ho insistito, «per tre minuti di ritardo?»
«Penso che qualcuno, lì dentro, abbia già deciso che oggi non andrà come da programma,» ha detto. «E tu sai che io detesto le giornate prevedibili.»
Non ho avuto il tempo di replicare. Le porte del museo si sono aperte di colpo. Non con l’eleganza di un’entrata trionfale, ma con il gesto brusco di chi se ne ricorda all’ultimo.
Un addetto è uscito in fretta. Il volto troppo pallido per un’occasione mondana, il nodo della cravatta tirato male. Ha parlato con la guardia, a voce bassa, ma il tono era quello di uno che vorrebbe urlare. La guardia ha annuito, ha guardato verso l’interno e poi verso la coda.
Il brusio dietro di noi è cambiato, quasi impercettibilmente. La gente sente sempre quando qualcosa stona, anche se nessuno le spiega cosa.
«Questo,» ha mormorato Davenport, «non è un ritardo da catering.»
La guardia alla porta ha alzato una mano.
«Signore, signori, vi prego di mantenere la calma. L’ingresso avverrà tra pochi istanti. Procedete in ordine, per favore.»
“Procedete in ordine” non era una frase da apertura allegra. Ho sentito una fitta di freddo nella schiena.
«Voi avete un invito speciale, giusto?» gli ho chiesto, cercando la busta nella mia cartella, più per foga che per necessità.
Davenport ha tirato fuori il tesserino con un gesto annoiato, come se quella parte della sua esistenza lo irritasse.
La guardia lo ha preso, ha letto, si è raddrizzata di colpo.
«Detective… sì. Sì, vi stavamo aspettando.»
«Ci stavate aspettando perché c’è un problema?» ho chiesto.
La guardia mi ha ignorato e ha guardato solo Davenport.
«C’è stato un… incidente nella sala principale,» ha detto. «Il direttore ha chiesto che veniste fatti entrare subito.»
Davenport ha sorriso, corto.
«Lo so,» ha detto. «Si vedeva da qui.»
La guardia lo ha fissato, confusa.
«Da qui… cosa, scusate?»
«Dal fatto che il tuo collega è uscito senza giacca, ha dimenticato il distintivo sulla scrivania e ha ancora i guanti addosso,» ha elencato Davenport, pacato. «Se fosse solo un ritardo, non avrebbe fatto così. Ma non preoccuparti, non sei tu sotto esame. Non ancora. Possiamo entrare?»
La guardia si è scostata senza discutere.
L’atrio del museo ci ha accolti con una luce bianca un po’ troppo entusiasta. Il pavimento tirato a lucido, le colonne, i pannelli con i testi sulla storia dell’orologio, tutto era pronto per le foto e i discorsi.
In mezzo all’atrio oscillava un grande pendolo, appeso a un cavo sottilissimo. La sfera metallica scendeva e risaliva con una lentezza ostinata, come se nessuno potesse permettersi di disturbarla.
Davenport si è fermato un istante a guardarlo. Il resto della coda ci è scivolato accanto, diretto verso i controlli. Un addetto ci ha intercettati subito, attirato dal tesserino in mano alla guardia.
«Per di qua, per favore,» ha detto, la voce tirata. «Il direttore vi aspetta nella sala principale.»
Lo abbiamo seguito in un corridoio laterale, a passo svelto. Le nostre scarpe facevano più rumore dei nostri passi.
«C’è confusione là dentro,» ha aggiunto l’addetto, senza voltarsi. «Abbiamo chiuso le porte, ma la gente… insomma, qualcuno vuole fare foto… video… sa com’è…»
«Lo so,» ha risposto Davenport. «Da qualche anno il mondo muore in alta definizione.»
Io ho accelerato per restargli accanto.
«Sapete cos’è successo, esattamente?» ho chiesto all’addetto. «Che tipo di incidente?»
Lui ha deglutito.
«Il professor Ashford è… è caduto,» ha detto. «Davanti alla teca del Tempus Fugit. Abbiamo chiamato il medico, ma… non si muove.»
Conoscevo il nome, ovviamente. Ashford era il curatore, il volto della mostra, quello delle interviste e dei video promozionali. Vederlo improvvisamente ridotto a “non si muove” suonava male.
«È caduto da solo?» ho chiesto.
«Non lo sappiamo,» ha risposto l’addetto, più in fretta. «La sala era piena, c’erano, tecnici, addetti, ospiti d’eccezione che parlavano, che si spostavano, poi abbiamo sentito un rumore, qualcuno ha urlato…»
«E l’allarme?» ha chiesto Davenport. «Ha suonato?»
L’addetto ha annuito troppo in fretta.
«Sì. Cioè… credo di sì. Si sentiva, ma… non forte… era come se…»
Si è perso.
Davenport lo ha guardato di lato.
«Non ti preoccupare,» ha detto piano. «Tra un’ora ti ricorderai ogni dettaglio. Per adesso portaci solo lì.»
Siamo arrivati davanti a una doppia porta chiusa. Due guardie cercavano di tenere a bada un gruppo di persone nervose dall’altra parte. Si sentivano voci che protestavano, qualche tono troppo alto, il timbro squillante di qualcuno che parlava a un telefono puntato in avanti.
«Nessuno entra,» ripeteva una guardia. «L’evento è sospeso. Tornate nell’atrio, per favore.»
La stessa guardia che aveva letto il tesserino ha fatto un cenno, ha aperto uno spiraglio e ci ha lasciati passare.
La sala principale era piena di luce, ma la luce sembrava non sapere dove appoggiarsi. Al centro, la teca del Tempus Fugit troneggiava come un altare. Attorno, avevano improvvisato una barriera con cavalletti, nastri e un paio di sedie messe di traverso.
Il professor Ashford era a terra, davanti alla teca. Una gamba piegata male, il braccio destro sotto il busto, il volto rivolto di lato. La giacca aperta, una manica sporca, la camicia tirata.