DETECTIVE PER CASO
IL RITORNO DI JOEL
LUGLIO
(volume 7 di 12)
ISBN BROSSURA: 9791282384148
Autore: Kalel Abellium
Titolo: DETECTIVE PER CASO - IL RITORNO DI JOEL
Sottotitolo: Luglio
Mese di pubblicazione: AGOSTO 2025
Numero di pagine: 192
Prezzo: € 11,00 (Brossura) - € 3,99 (E-book)
Genere: NARRATIVA. Giallo - Mistero
Il libro
Luglio non fa sconti: il diario trascina Giorgio e Joel sotto le volte dell’Abbazia di Novalesa, dove una storica dell’arte giace composta in cripta. Quattro accessi fuori orario, un cellulare spento, una telecamera che mostra solo una sagoma all’alba, una scatola nascosta dietro una lastra: ricevute, firme che non tornano, fondazioni generose e conti opachi. Tra monaci reticenti, guide troppo informate e accademici in guerra, il silenzio pesa più delle prove. La verità abita tra pietra e paura.
Il diario apre poi un varco nel tempo: Il Cairo, 1923. Un egittologo viene trovato morto in tenda; accanto, una boccetta vuota e un diario scomparso. Un finanziatore dall’etica elastica, una reporter che fiuta storie, un guardiano che parla di luoghi proibiti. Nelle rocce, iscrizioni greco-egizie raccontano un patto capace di ribaltare reputazioni e fortune. Chi protegge la Storia e chi la vende?
Infine Avigliana: un imprenditore del lago muore sulla propria poltrona dopo aver bevuto stricnina. Un resort che minaccia la riva, una holding estera all’orizzonte, un socio tradito, un’attivista testardo, una vicina irriducibile, una moglie che non finge più. Una serratura forzata, una chiavetta dietro lo specchio, foto lasciate come promemoria. L’indagine corre tra denaro, ambiente e menzogne private—e il colpo finale arriva dove nessuno guarda. “Il ritorno di Joel – Luglio 2025”: tre casi, un solo filo, nessun colpevole svelato.
Leggi le prime pagine
Primo Luglio 2025
Avevo deciso di passare la mattina all’Abbazia di Novalesa per cercare pace nei luoghi che conosco bene. Ogni volta trovo un dettaglio nuovo, come se la pietra abbiano memoria.
La giornata è iniziata tranquilla. Cielo terso, aria frizzante. Ho parcheggiato nel piazzale dell’abbazia, ho preso una bottiglietta d’acqua e lo zaino con il mio compagno di viaggio: il diario. Avevo intenzione di fare un giro nel chiostro, due scatti ai capitelli, niente di più.
L’ingresso era deserto. I monaci non si vedevano, due turisti si muovevano piano e non disturbavano. Ho attraversato il chiostro osservando i giochi di luce sulle colonne e il filo dell’acqua nella vasca. Poi sono sceso verso la cripta. Non era la prima volta, anche se qualcosa mi ha tirato verso il basso più del solito.
La scala era fredda. Ho sentito l’umidità sotto le dita appoggiate al corrimano. La cripta, con le volte basse e le luci fioche, ha sempre avuto un che di sacrale senza soggezione. Fino a oggi.
Non ho fatto in tempo a posare il piede sull’ultimo gradino che ho percepito qualcosa di strano. All’inizio non visibile, però presente: un odore ferroso, umido, quello di cantine dove il tempo ristagna. In mezzo a quel sentore si è fatto strada un altro odore, inconfondibile: sangue.
Ho rallentato. L’aria sembrava immobile. Mi sono avvicinato all’altare laterale, il meno visitato, spesso ignorato dalle guide. Una donna distesa a terra, immobile, braccia lungo i fianchi. Capelli castani spettinati, un filo di sangue dall’orecchio sinistro, il volto pallido. Ho capito subito che non c’era più nulla da fare.
Mi sono avvicinato senza toccare nulla. Il corpo era freddo. I vestiti, sobri ed eleganti, apparivano puliti, senza segni di lotta. La posizione risultava troppo composta per una caduta naturale, per un malore. Ho fatto un respiro e ho chiamato Casale che ha allertato i suoi colleghi di Susa.
Dopo circa un’ora, Casale è arrivato con la scientifica, due agenti della locale e Joel. Hanno isolato la zona, fatto uscire i visitatori e spostato i monaci in un’altra ala. Joel si è chinato accanto al corpo e ha annuito: non sembrava un incidente.
La scientifica ha iniziato i rilievi. Le prime osservazioni hanno escluso una morte naturale. Nessuna colluttazione evidente, una ferita alla base del cranio. Poco sangue, ma sufficiente a raccontare l’impatto. Nelle tasche, oggetti essenziali: chiavi, portafoglio, un cellulare spento e un tesserino accademico. Nome: prof.ssa Elena Rizzi. Storica dell’arte, iconografia medievale. Aveva pubblicato saggi proprio sull’abbazia. Casale l’ha riconosciuta: l’aveva incrociata anni fa a un convegno, brillante e determinata.
Qualcuno l’aveva colpita. Forse una discussione degenerata, forse qualcosa di premeditato. Da chi? E perché lì?
Joel fissava il volto della donna senza parlare. Poi ha sussurrato una frase che mi ha gelato:
«Non è la prima volta che riposa qui sotto.»
Non capivo se si riferisse a lei, al luogo, o a qualcos’altro che solo lui conosceva.
Abbiamo iniziato a porre domande. Monaci, personale, visitatori. Nessuno ha visto. Nessuno ha ricordato urla o rumori. Solo silenzio.
Padre Ottavio ha raccontato di averla vista la sera precedente. Era arrivata da sola poco prima della chiusura chiedendo accesso alla cripta per confrontare alcune iscrizioni. Aveva detto che sarebbe rimasta pochi minuti. Lavorava spesso in solitudine.
Qualcuno però l’ha seguita. Joel ha chiesto i registri degli ingressi straordinari. I fogli riportavano quattro nomi autorizzati oltre l’orario. Quattro possibili testimoni o sospetti. Casale ha ordinato di convocarli. A me ha assegnato il primo: Matteo Costa, collega della vittima.
Ho ripercorso la cripta con la lampada della scientifica. Ho osservato i segni sul pavimento. Attorno al corpo non c’erano graffi di trascinamento. Le suole non lasciavano strisce. Le candele dell’altare laterale avevano colature recenti, ma uno stoppino risultava nuovo. Ho fotografato la posizione delle mani, l’orecchio, il filo di sangue, il tessuto all’altezza della nuca. Nessuna spilla rotta, nessun gioiello strappato. L’orologio al polso continuava la sua scansione del tempo. Dettagli che forse non diranno nulla, ma a volte salvano un’indagine.
Siamo risaliti nel chiostro. Il cielo, da terso, si era velato. Joel ha chiesto i tabulati delle celle telefoniche. Casale ha dato ordine di recuperare eventuali filmati esterni. La guida, Moreschi, ha parlato poco, solo il necessario. Due turisti hanno ricordato un’ombra che si muoveva rapida vicino all’archivio laterale senza saper indicare l’ora. Ho annotato anche quello.
In portineria ho controllato il tesserino di Elena. L’ultimo accesso registrato risultava alle 19:42 del giorno precedente, con uscita non timbrata. Il cellulare, bloccato e spento, era un modello recente. Batteria presente, nessun segno di urto laterale. Ho chiesto di preservare i dati e di cercare eventuali bozze o messaggi programmati.
Casale ha disposto che i monaci restassero a portata di mano per ulteriori domande. Ho fatto chiudere la cripta e trattenuto le chiavi. L’aria si è fatta tesa.
Sono uscito sul piazzale per respirare. Il vento era cambiato. Ho guardato le montagne pensando alla Rizzi, al lavoro su quelle iscrizioni, a qualcuno che non voleva che certe parole venissero esplicitate. Ho pensato a chi conosceva l’abbazia come casa propria. Non è un luogo in cui ci si muove a caso.
Prima di andar via ho fatto un ultimo giro negli ambienti laterali. La biblioteca odorava di inchiostro e colla antica. Nella sala dei reperti ho notato uno spazio vuoto nell’ultimo scaffale, grande come una scatola di scarpe. Moreschi ha detto che quel ripiano era stato riordinato da poco. Ho fotografato anche quello.
In caserma Casale ha raccolto il primo quadro delle attività. Convocazioni inviate, scientifica al lavoro su fibre e impronte. La stampa ancora fuori dal perimetro. Mi ha chiesto di iniziare da Costa e di prendere in custodia eventuali taccuini di Elena, se avessimo avuto accesso al suo studio.
Sono tornato a casa con la sensazione di aver poggiato il piede su un gradino che non cede ma scricchiola. Ho scaricato le foto e riordinato gli appunti. Poi ho riletto le note iniziali: “odore ferroso, colature di cera recenti, corpo composto, ferita alla base del cranio, telefono spento, tesserino, quattro nomi in registro, padre Ottavio ultimo a vederla.”
Oggi la storia si è scelta il suo detective. E io ho accettato l’invito.